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di ra.na. & co… contro "il sistema" della camorra dell'usura e della violenza, è un blog indipendente, nato dall'idea di persone libere che hanno a cuore le sorti della loro terra, l'Area Nolana

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Sperone. La Caritas, operosa presenza e presidio di solidarietà

E’ una realtà associativa articolata e attivamente partecipata da un centinaio di volontari, quella costituita dalla Caritas, che, nel contesto cittadino, a Sperone, fa riferimento alla comunità parrocchiale di Sant’Elia profeta, la cui guida pastorale è affidata a don Reinaldo; una presenza operosa che si esprime da anni con una proficua testimonianza di impegno sociale in vari ambiti, per concorrere con le Istituzioni e altre associazioni alla crescita civile del territorio, facendo leva mirata ed orientata sulla pratica dei valori della solidarietà. Un impegno di volontariato, che viene assolvendo da anni con costanza e che la rendono uno dei più fattivi punti di riferimento della vita sociale locale.

Un ruolo pienamente osservato nell’attuale condizione d’emergenza sanitaria indotta dal covid19, ch’è anche e sempre più marcatamente emergenza sociale ed economica. Un percorso collaudato, lungo il quale il sodalizio di piazzale Sant’Elia si muove, per rendere concreti gli interventi della  sua mission , resi possibili e continuativi dalla generosità delle donazioni di tante famiglie e cittadini. Un percorso- va evidenziato- che la Caritas cittadina compie nel generale quadro di comunanza e solidarietà che si vive dappertutto nella società mondializzata e che, nel suo “piccolo-piccolo”, si manifesta in modo fattivo nel territorio dell’ Unione intercomunale del Baianese e dell’Alto Clanio con tante encomiabili iniziative  poste in campo e che fanno capo ad associazioni socio-culturali e di volontariato, famiglie, Azione cattolica, Forum giovanili, gruppi consiliari e movimenti politici,amministrazioni comunali e organismi di Protezione civile.

Ed ecco il prospetto delle linee con cui opera la Caritas cittadina. E’ un prospetto di valenza strutturale che fa comprendere al meglio possibile lo spirito di servizio con cui operano i volontari dell’associazione, di cui sono animatrici le professoresse Carla Napolitano e Anna Gesuele, con lunga ed incisiva esperienza nel mondo della Scuola e nel rapporto con le giovani  generazioni. Un prospetto di servizi specifici, con obiettivi di essenziale e particolare utilità.  Si va dalla consegna dei viveri di prima necessità e prodotti di igiene personale e della casa alla consegna di alimenti e indumenti per bambini della prima infanzia; dalla consegna dei pannoloni per anziani e ammalati all’ascolto e all’aiuto morale tramite telefono a persone sole, anziane e ammalate. E il servizio di ascolto e sostegno morale per via telefonica è di forte rilievo nel generare rasserenante empatia e umano conforto. E per i recapiti telefonici della Caritas, i numeri sono 3336397591 e 3345487196.

di Geo

Caserta. Anti-coronavirus, importanti riscontri della cura-Ascierto con sei guarigioni

E’ ancora presto, per ritenere che sia stata imboccata in via risolutiva la strada giusta, per debellare gli effetti del devastante Covid19, malattia di complessa e rapida aggressività. E’ certo, tuttavia, che la curaAscierto apre interessanti e importanti orizzonti di speranze. E sulla scia dei positivi riscontri di qualche giorno fa, arriva in queste ore la conferma di guarigione per sei persone, contagiate dal Covid19, ricoverate nell’Ospedale “Sant’Anna e San Sebastiano” e sottoposte al trattamento sulla base del farmaco Tocilizumab, che normalmente viene utilizzato  per la terapia dell’artrite reumatoide.

La storia di quella che ormai comunemente è chiamata la curaAscierto è semplice e lineare; ed è espressione dell’attiva sinergia posta in campo a Napoli dalle strutture del “Cotugno” e del “Pascale”, i due presidi ospedalieri di medicina di alta specializzazione nel contrasto alle malattie infettive e alle malattie tumorali. Una sinergia che ruota sull’intuizione di trattare gli effetti del Covid19, troppo spesso letali, con   l’utilizzo del Tocilizumab, la cui somministrazione è di particolare efficacia verso le complicanze della polmonite generate da Coronavirus. Un’intuizione rivelatasi di calibrata  e di quell’affidabile competenza che dà frutti e  alimenta fiducia verso quanti si dedicano con dedizione e cura alla  scienza e alla medicina, rifuggendo da clamori e deplorevoli polemiche senza costrutto. La curaAscierto con tutti gli apporti di operosa professionalità che ne fanno la base, è anche e soprattutto questo. Un modello di impegno e di responsabile discrezione.

“Sono già guariti sei pazienti – dice il dottor Paolo Maggi, direttore dell’Unità operativa Malattie infettive dell’ospedale della città capoluogo di Terra di Lavoro – di cui cinque sono stati già dimessi e uno è in divezzamento dall’ossigenoterapia. Per un altro paziente – conclude – nel reparto di Rianimazione si è ottenuto uno dei pochi trattamenti erogato in Italia con il farmaco Remedesivir, con il tampone del paziente negativizzato ed è stato estubato”.

di Geo

Dantedì, in digitale: la prima edizione della giornata nazionale dedicata al Sommo poeta

Sono largamente ridimensionate, com’è normale che sia, rispetto alla partecipazione pubblica, le iniziative e le manifestazioni, indette e organizzate per domani negli ambiti sia del mondo universitario e scolastico che dell’associazionismo sociale e culturale per la prima edizione della Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, di cui l’anno prossimo- il 21 settembre- ricorre il 700.mo anniversario della morte, a Ravenna. Sono le iniziative e le manifestazioni, promosse per celebrare ed onorare il “Padre” della lingua italiana, la lingua del “dolce ” identificativa del Bel Paese, già Nazione – ancorché composita e variegata per la storia delle sue Città, con il suo vasto patrimonio di Cultura viva, dalla Letteratura alle Scienze, dalle Arti alla Filosofia e ben partecipe della modernità europea ed occidentale – prima che ne assumesse la connotazione politica e territoriale di Stato nazionale. Ma non sono affatto affievolite le idealità  che le ispirano nel segno dell’Italianità, i cui valori si coniugano al meglio e compiutamente con lo spirito di solidarietà e di condivisa comunanza tanto avvertito nei difficili e drammatici giorni che si vengono vivendo dappertutto nel mondo e che fanno risaltare l’intrinseca fragilità dell’umana condizione esistenziale.

Istituita ufficialmente a gennaio dal Consiglio dei Ministri, accogliendo le istanze degli amanti e dei cultori della lingua italiana e dell’Accademia della Crusca coincide con il 25 marzo, considerato l’inizio del Viaggio oltremondano, del quale il Sommo poeta si fa pellegrino e narrante, al contempo, con le speciali e straordinarie guide di Virgilio, simbolo dell’umana ragione, veicolo di conoscenza, e di Beatrice, trasfigurazione della grazia rivelata  e della verità. E’ Dante  pellegrino, che diventa il narrante acuto e visionario nella riscoperta di sé e dell’umanità nel perenne e lacerante dissidio tra il bene e il male

Il Dantedì della prima edizione si vivrà all’insegna dei social, con letture in streaming, performance nei  luoghi più disparati, nelle sedi universitarie, nelle biblioteche e nei musei. E ne saranno protagonisti giovani, docenti e cultori dell’ universalità poetica di Dante. Si reciteranno in piena libertà di scelta secondo i gusti e le sensibilità dei lettori. D’altro canto, nella Commedia c’è solo l’imbarazzo di  scegliere anche e soprattutto per l’attualizzazione, a cui si presta il verseggiare  di Dante, ora puntuto,ora corrosivo, ora intensamente realistico che non ammette ipocrisie, anzi le fustiga con dura asprezza. E non si dimentichi che la Commedia fin dal Trecento è stata recitata in pubblico, nelle piazze e nelle chiese. Una popolarità eccezionale che parla da sola e che si conserva inalterata e integra. Ed in Toscana come in Emilia-Romagna puoi tranquillamente imbatterti in gente comune che ti spiattella versi della Commedia e ti consegna l’inconfondibile fotofit di un discusso e discutibile soggetto pubblico per l’arte di magagne in danno del bene comune o di una situazione sociale.

L’apice della … contemporaneità- e la Rai “coprirà” il Dantedì e IoleggoDante con una pregevole programmazione tutta da seguire di alto profilo- si toccherà  alle ore 12. Da una città all’altra le  “letture”  della Commedia  comporranno l’ideale tessitura di quella coesione di cui la società e l’umanità hanno tanto bisogno in queste ore. E tra le “ letture” merita attenzione quella proposta dall’Associazione degli italianisti. E’ la “lettura” che fa leva su “ Il canto di Ulisse desunto da  Se questo è un uomo  di Primo Levi. I versi sono del XXVI canto dell’”Inferno” – parte integrante dell’”orazione picciola”- e recitano … “Considerate vostra semenza:\ fatti non foste a vivere come bruti,\ ma per seguire virtute e conoscenza”…

Sono i versi, con cui Primo Levi affronta l’approccio con Jean per fargli apprendere la lingua italiana. Jean è alsaziano e condivide con lo scrittore la condizione di prigionia ad  Auschwitz. Jean è il “Pikolo” di turno, l’addetto al rancio da distribuire agli internati che viene aiutato nell’incombenza dallo scrittore . La chiave significativa dei versi è costituita dalle scelte della virtù e della conoscenza con cui la dignità umana si salva e conserva; quella dignità che la follia nazista riconosceva soltanto alla razza cosiddetta pura. Era la disumanizzazione di popoli di razze ed etnie diverse e distinte da quelle della Germania nazionalsocialista.

di Geo

“Il paese di don Riffò”: il nuovo romanzo di  Antonio Caccavale. Lo scrittore di Tufino e il raffinato senso dell’affabulazione realistica

Il paese di don Riffò” è il composito affresco che squaderna e fa rivisitare, con i timbri e le tonalità della modulazione polifonica, la vita di una comunità per nulla lambita dall’attuazione degli ideali della Costituzione repubblicana, avendo dovuto fare sempre i conti con i ”notabili” del potere locale, diventati con rapido trasformismo, una volta dissoltosi il regime fascista, puri e convinti alfieri del nuovo ordine politico, facendosi valere con le consuete giostre dei favoritismi clientelari e degli intrallazzi affaristici, combinati con la pratica dei metodi autoritari e repressivi.

È la storia, in cui l’autore, con limpida scrittura, ricapitola e ripercorre passo dopo passo le vicende vissute dalla comunità lungo il quarto di secolo iniziato nel 1945, con la Liberazione, e concluso nel ’70, anello di saldatura in continuità con la lunga e terrificante scia dei cupi e violenti anni lacerati dal terrorismo e dallo stragismo attuati dalle “brigate rosse” e dai “neri”, rincorrendosi nell’avvolgente e auto-distruttiva spirale del nulla, immolando alle loro follie ideologiche migliaia di vittime innocenti, sconvolgendo famiglie e avvelenando la realtà sociale del tempo. Sono vicendemetafora – riprendendo il filo della narrazione de “Il paese di don Riffò”- in cui si rispecchiano e ritrovano tanti altri amorfi mondi del Sud“, refrattari non solo a vivere e praticare lo spirito progressivo delle libertà politiche senza le quali la democrazia è vuota enunciazione di principio, ma anche e soprattutto resi socialmente poveri per effetto delle migrazioni di milioni di giovani nell’ansiosa ricerca di lavoro e di dignitose condizioni di vita civile. ”Mondi dai quali i giovani del Terzo Millennio continuano a fuggire, per intercettare, com’è giusto che sia,le tante opportunità di crescita personale che dappertutto offre la società tecnotronica e del web … eccezion fatta per il Sud.

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L’originario toponimo del paese di cui l’autore narra le vicende era stato, di fatto, rimosso ed è proprio  dal toponimo dell’ufficialità dismessa e smarrita,  da cui prende ispirazione il racconto, con cui  Antonio Caccavale intesse la trama del romanzo appena dato alle stampe in self publishing attraverso il Gruppo Gedi Editoriale. E va detto che il secondo romanzo di Caccavale costituisce l’interessante e preziosa conferma dell’attitudine dell’autore per la schietta affabulazione realistica calibrata sulle assonanze espressive che richiamano lo stile e l’impronta del linguaggio, con cui Giovanni Verga rappresenta -specie nelle  Novelle e ne “ I Malavoglia “-  gli squarci di vita acre e amara che vivono gli uomini, le donne e  i carusi  della Sicilia del suo tempo. E’ l’affabulazione realistica, di cui lo stesso autore ha già fornito un qualificato saggio narrativo nel romanzo “ Nel nome dellOnnipotente uno e trino”, l’opera  pubblicata nel 2016 ed ambientata tra l’Agro nolano, i Monti Avella e la Valle caudina, nell’arco di tempo che corre tra dicembre del 1859 e luglio 1860, mentre vibrano i fervori risorgimentali per l’ Unità nazionale e le regioni del Sud sono attraversate dal  brigantaggio e dalla sua repressione, a far da sfondo alla storia di seduzione, violenza e morte in cui si intrecciano le vicende di Costanzo Majo, capo-brigante e la bella Matilde, moglie di notaio, donna di agiata condizione e larghe vedute, sensibile alle idee liberali.

Il paese, di cui si raccontano personaggi e vicende e il cui toponimo originario era stato cancellato dalla comune memoria locale e reso estraneo a tutto ciò che per storia e identità popolare aveva rappresentato per il Comune di riferimento, era venuto evaporando – ad iniziare dal 1945, l’anno della Liberazione, in stretta correlazione con il progressivo consolidarsi delle Istituzioni dello Stato repubblicano e democratico–  per una tacita e diffusa convenzione tra la gente dell’intero territorio , per assumere  soltanto e brevemente l’identikit de “Il paese di don Riffò”, rendendo sacrale omaggio di devoto riconoscimento a don Riffò appunto. Un dominus speciale, era don Riffò,  che – ossimoro di sconcertante prospetto, ma concreto e reale- in tempi di democrazia rappresentativa aveva infeudato a , ai suoi interessi e voleri non solo gli Organi elettivi  preposti all’amministrazione del Comune-paese, ma anche e soprattutto la popolazione, la comunità che da sempre vi risiedeva, composta da famiglie e generazioni spesso intrecciate tra loro da forti legami parentali, mentre  le nuove residenze che aveva registrato l’ufficio dell’Anagrafe municipale nel corso degli anni più recenti si potevano contare sulle dita di una sola mano. Una paradossale e pervasiva presenza, a cui faceva da contraltare quella di don Cesarino, altro capo-fazione, che, però, non aveva la caratura di don Riffò nel catalizzare, gestire  e … capitalizzare i consensi dei paesani.

L’infeudamento e il conveniente consenso dei sudditi  cittadini…

Era stato un infeudamento, quello che aveva realizzato don Riffò, come tanti altri della sua stessa risma avevano posto in essere – nei confusi anni che seguirono prima l’ armistizio dell’8 settembre del ’43 e poi la fine della guerra, quando il contrabbando conosceva il suo trionfo, creando i nuovi ricchi  grazie alla gestione delle piattaforme di stoccaggio e vendita di beni e merci notoriamente attive in Campania, specie nell’ area nolana– facendo leva su  furbizia e spregiudicatezza, rischiando talvolta scivolosi inciampi in barba alla legge. Ma da tutte le situazioni, anche quelle  che sembravano le più compromettenti e compromesse per il suo “status”, n’era uscito sempre “pulito e con le carte a posto”, come si usa dire di fronte al corso delle cose per ineluttabile rassegnazione, specie con il formale avallo degli esiti delle urne sia per le periodiche elezioni comunali, a cui  don Riffò concorreva in … proprio per la carica di “primo cittadino”  che per quelle delle elezioni provinciali,regionali e del parlamento nazionale, a cui partecipava con propri … candidati piazzati vincenti. 

Era il corso di cose, che in paese filava monocorde e tranquillo, come racconta Antonio Caccavale,  vanamente contrastato da pochi coraggiosi artigiani e contadini restii a subire passivamente i metodi autoritari  di don Riffò; pochi, coraggiosi e disincantati anziani, come Nicola e ziPeppino, la cui tagliente arguzia aveva il pregio di onorare le verità dei fatti e rivelare i misfatti paesani, in cui erano soliti guazzare nei loro permanenti contrasti don Riffò e don Cesarino. E con i loro atteggiamenti Nicola e zi’ Peppino davano buona corda al sano e disinvolto anticonformismo di cui si nutriva un gruppo di giovani idealisti che amavano declinare e propugnare i principi della Carta costituzionale, ma senza trovare mai ascolto. 

In realtà, l’ infeudamento, ch’era venuto crescendo a  cominciare dall’avvento democrazia nel paese, non aveva l’unica fonte e forza nel primo artefice e beneficiario… del sistema, ma s’era formato con migliaia di interessate convenienzesoffici acquiescenze, nutrito com’era da promesse e impegni che don Riffò  era solito onorare, almeno in parte, con favoritismi di vario genere. Un’ascesa prepotente e inarrestabile, in cui don Riffò utilizzava, a seconda delle circostanze ed opportunità ben calcolate, le posizioni non solo di ricco commerciante di prodotti agricoli e di possidente che era solito brigare con altri possidenti e commercianti come lui, ma anche  di sindaco, oltre che di faccendiere in confidenziali rapporti sia con potenti politici e funzionari di Stato che con la camorra rurale da sempre attiva sul territorio, resa, però, più invasiva e dominante negli anni successivi alla conclusione della seconda guerra mondiale. Ed era ancora altro, don Riffò, nelle assidue frequentazioni affaristiche   che aveva a Napoli,   procurando, per di più, ai suoi amici – politici influenti  e … possidenti – allegre vacanze sessuali con ragazze appena adolescenti provenienti da povere famiglie, con l’aiuto della prezzolata mezzana di turno…

Il buon matrimonio. DallEra fascista alla Democrazia

La falsa testimonianza e le donazioni di don Gennaro Palumbo

Ma, prima di assurgere sul podio del … don, il personaggio al centro del romanzo, era stato il classico soggetto “senza arte parte”. Non s’era mai dato per inteso di studiare o d’imparare un mestiere, come tanti altri coetanei laboriosi e dabbene, senza dire che di famiglia non aveva granché. Aveva, però,fame di ricchezza e potere. L’appellativo, con cui era chiamato e conosciuto gli era stato affibbiato, come zi’ Peppino aveva raccontato alla nipote Mariangela, perché nel paese  era solito organizzare riffe settimanali, ponendo in palio utensili o oggetti di utilità domestica; riffe, che spesso e volentieri “pilotava” a favore di questo o quello partecipante alla lotteria strapaesana, in cambio della concordata regalia sottomano, realizzando così il doppio guadagno. Un ingegnoso modo per ben campare a spese d’altri. Il vero colpo di … riffa piena , tuttavia, lo aveva piazzato, quando decise di sposare Michelina, di sette anni più avanti di lui in età, che rischiava di restare zitella e  che gli portò in dote casa, due appezzamenti di terreno e denaro. E al matrimonio il personaggio delle riffe si presentò con  l’abito di cerimonia preso in affitto … Era la decisione, quella d’impalmare Michelina, che maturò nei mesi intercorrenti tra il 1934 e il 1935, in corrispondenza con il  XIII anno dell’ Era fascista; e la serie della periodizzazione littoria iniziava ogni anno il 28 di ottobre, in coincidenza con le ricorrenze memoriali della Marcia su Roma del 1922, per concludersi il 27 ottobre dell’anno successivo; e le celebrazioni dell’E. F. esaurirono la loro parabola nel XXI anno il 27 di ottobre del ’43.

Fu l’anno, quello tredicesimo del calendario mussoliniano, che per don Riffò rappresentò la svolta porta fortuna, dandogli la spinta propulsiva a scalare con risolutezza i primi gradini della condizione del potente del paese, tra affari privati di commerciante e solidi rapporti con i depositari dell’ordine politico esistente sul territorio. Una posizione fatta lievitare per dieci anni, per planare comodamente e con  perfetto salto … di quaglia nel nuovo potere avanzante con l’ assetto dello Stato repubblicano che nasceva; una posizione che don Riffò in progressione di tempo ebbe modo di rinvigorire e ampliare, con ulteriori arricchimenti ed incrementi patrimoniali, grazie al prolungato esercizio del ruolo di sindaco del paese, per volontà popolare espressa in libere elezioni.

Se don Riffò è il personaggio centrale del romanzo, il pregio della trama è dato dagli inneschi narrativi, con cui Antonio Caccavale ne dilata l’orizzonte nelle partiture- sono venticinque in complesso- in chiave di incalzante affabulazione; sono gli inneschi del “patto d’onore” tra don Riffò e don Cesarino, avversari in luoghi pubblici e affaristi associati in privato, che decidono l’apertura di una strada, per rendere edificabili i terreni di loro proprietà con sostanziali incrementi di valore economico, o della testimonianza falsa che don Riffò rende per scagionare   don Felice, figlio di don Gennaro Palumbo, ricco possidente terriero.  Sul giovane rampollo del potente signorotto si erano addensati forti e ragionevoli indizi d’essere responsabile del rapimento con stupro e uccisione di Mariarosa, appena diciassettenne e vanamente corteggiata dal giovane signorotto; e coloro che sapevano ed avevano osservato atti e comportamenti inequivocabili sulle  responsabilità di don Felice, non ne avevano voluto, però, rendere conto ai carabinieri che conducevano  le indagini, né questi se n’erano dati cura di fare approfondimenti e verifiche. 

E nell’omertà generale don Riffò e la sorella che risiedeva nella città partenopea e l’ospitava spesso, calarono l’asso delle testimonianze che liberavano don Felice da ogni sospetto, dichiarando che il giorno dello stupro e dell’uccisione della povera Mariarosa,  il rampollo di don Gennaro era stato proprio  con don Riffò a Napoli, per sbrigare affari di famiglia. Una dichiarazione, che salvava in pieno don Felice e che il padre don Gennaro Palumbo ripagò al meglio, donando  a don Riffò  tanto denaro e due ettari di terreno agrario. Della morte violenta subita da Mariarosa fu,invece, incolpato con il supporto delle stupide  dicerie, di cui la cattiveria paesana si pasce e  nutre, Ninuccio Mezzaluna, figlio di Luisella psicolabile che a quindici anni l’aveva generato, resa incinta da  padre ignoto. Ninuccio Mezzaluna  giovane trasognato e per nulla capace di torcere un capello a qualcuno, preso dalla … luna per effetto di tare materne, era solito, però, sorridere in faccia alle ragazze che incontrava, senza recare loro alcuna molestia. Nel cuore proprio un po’ tutti  i paesani  sapevano che Ninuccio Mezzaluna era innocente e che non c’entrava per nulla con l’uccisione di Mariorosa, innamorata di Santuccio e per niente attratta dal danaroso  don Felice che viaggiava nella Balilla“, tra le poche auto in circolazione sul territorio.  Ma Ninuccio Mezzaluna era il capro espiatorio adatto per affermare ordine e legalità, come esigeva il “federale” del partito fascista locale che faceva pressione perché fosse consegnato un colpevole all’opinione pubblica, scossa e turbata dall’efferato assassinio. Insomma, al tarato figlio di Luisella presa dalla … luna si poteva far pagare il … conto e tacitare le false coscienze degli ipocriti paesani. Giusto per salvare le apparenze. E così fu, con la sentenza di pena capitale che condannò alla fucilazione Ninuccio Mezzaluna … con processo costruito su reticenze, false testimonianze, indagini superficiali e  dicerie, per non “disturbare” più di tanto il ricco possidente tutore della buona reputazione del giovane rampollo, don Felice  

Di ariosa freschezza risultano gli inneschi narrativi, con cui l’autore si sofferma sugli amori fioriti tra i giovani del paese di don Riffò. Amori e speranze che hanno lo spirito e il sapore dei sentimenti genuini e dei pensieri di sana umanità. Come dire che rappresentano il rovescio e il contrario degli epigoni e continuatori dei tanti   don Riffò e don Cesarino che con i loro metodi e pratiche di potere affaristico e clientelare hanno irrimediabilmente svilito e compromesso tante realtà del Sud, e continuano a farlo, tradendo la Costituzione e la democrazia repubblicana. E le aspettative dei giovani meritevoli, la cui storia continua a consumarsi nella fuga da queste terre.

L’unica e importante novità dei nostri giorni, tuttavia, è data dall’orizzonte dell’Unione europea, nel cui ambito ci si muove con i diritti sociali e politici della cittadinanza comunitaria. Un passo in avanti. Meglio di niente.

di Geo

A San Giuseppe Vesuviano, Gennaro Sangiuliano ha presentato “Il nuovo Mao. Xi Jinping e l’ascesa al potere nella Cina di oggi”

E’ saggista di fine e perspicace caratura analitica, con particolare attenzione e interesse per la contemporaneità sociale e politica, Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg Rai2. Un’attitudine ricognitiva di ampio respiro, con cui scandaglia fatti,eventi e scenari  internazionali, sviluppando lucide argomentazioni ancorate a dati e dettagli che hanno il pregio di delineare una visione d’insieme sulla situazione in atto, dandole contenuti e prefigurando le prospettive che la connotano. E’ il metodo di ricerca che si conferma, come in altri testi, tra cui “ Scacco allo Zar. 19081910. Lenin a Capri”, anche nell’opera di recente pubblicazione, intitolata “Il nuovo Mao. Xi Jinping e l’ascesa al potere nella Cina di oggi , presentata dallo stesso autore nella Sala consiliare del palazzo comunale, a San Giuseppe Vesuviano, con l’introduzione del giornalista Alessandro Sansoni, a cui seguivano gli interventi di Silvia Annunziata, assessore alla cultura e del sindaco Vincenzo Catapano.

Evidenziato che nel 2018, la rivista «Forbes», ha collocato Xi Jiiping al primo posto nella graduatoria dei 75 uomini più potenti del mondo e ben davanti  a Putin e Trump – il che è tutto un dire più che eloquente- Sangiuliano poneva sotto la lente d’ingrandimento la Riforma costituzionale votata dall’Assemblea nazionale del popolo cinese che ha cancellato  il limite massimo dei due mandati presidenziali. E’ la condizione per la quale Xi Jinping può essere considerato il «nuovo Mao» per la somma dei poteri che è in grado di esercitare e conferiti secondo l’ordinamento costituzionale, senza alcun vincolo di tempo. E così Xi Jinping è  presidente della Repubblica Popolare di Cinasegretario generale del Partito comunista cinese e, soprattutto, capo della Commissione militare centrale, l’articolazione piena e compiuta del potere che fa leva sull’organizzazione dell’assetto militare dello Stato.

Da questa premessa fondamentale, per leggere e inquadrare la dimensione  e la fonte reale del grande potere di Xi Jinping, derivano importanti e rilevanti domande  sul ruolo che svolge -e sempre più marcatamente è destinato a svolgere- la Cina nella configurazione  della geopolitica mondiale, la cui agenda,  a far data dalla simbolica Caduta del Muro di Berlino nel 1989, non è più quella disegnata da Yalta, che sancì nel 1945 il bi-polarismo  UsaUrss; bipolarismo che già negli anni ’70 appariva sfibrato e del tutto ormai rimosso, cedendo il campo al multipolarismo  nella società mondializzata e della rivoluzione tecnotronica. E quello  multipolare é’ il prospetto, di cui Cina e India sono potenze di primario rilievo.

Sono  domande a tema variabile, il cui fulcro si trova a Pechino, per polarizzarsi non solo sulla funzione politica e di potere di Xi Jinping che regna come un monarca assoluto su oltre un miliardo e trecento milioni di persone, ma anche sulle strategie della «nuova via della seta», il colossale Piano infrastrutturaled’investimento che coinvolge Asia, Europa e Africa, ed è destinato a cambiare gli equilibri economici del commercio mondiale.

Xi e la “Quinta generazione”

Maoismo “religione politica”, Confucianesimo dogma culturale

Domande a cui  Gennaro Sangiuliano, direttamente nella sala consiliare  e con le pagine  documentate del suo libro ha dato – e – risposte dal suoi angolo di visuale e di giudizio. E’ l’angolo visuale, da cui ripercorre le tappe più significative della biografia del leader cinese: dall’iscrizione al Partito comunista cinese nel 1974 agli incarichi governativi nelle province di Shaanxi, Hebei, Fujian e Zhejiang, dalla guida della Municipalità di Shanghai all’ingresso nel Comitato centrale, che lo trasforma nel rappresentante autorevole e di spicco della «Quinta generazione» dei massimi dirigenti della Repubblica popolare, (dopo Mao, Deng Xiao Ping, Jiang Zemin e Hu Jintao. E’ la rivisitazione di un rapido e robusto “cursus honorum”, a cui corrisponde la traiettoria seguita dalla Cina  diventata oggi una potenza economica globale.

E’ la realtà, in cui il carismatico Xi Jinping può attuare con ancora maggiore determinazione il suo progetto neonazionalista, fondato- è la tesi di Sangiuliano–  sulla riproposta del Maoismo come «religione politica» e del Confucianesimo come dogma culturale. L’una e l’altro, a loro volta, costituiscono le coordinate di un vero e proprio disegno egemonico che, sull’altare di un aggressivo capitalismo di Stato a partito unico, contempla anche l’ annullamento— come testimoniano le violente proteste scoppiate di recente a Hong Kongdi valori fondamentali quali sono quelli della  democrazia e della libertà. E su questo piano  si pone la vera sfida che l’ Occidente è chiamato a sostenere. Affrontarla alla pari e superarla, chiama in causa l’etica della pacifica convivenza dei popoli e la diffusione della cultura.

di Geo

Baiano. Focus all’Auditorium del “Giovanni XXIII”, verso i Mai d’Argento: l’economia del legno, nella storia e nelle prospettive del territorio

E’ davvero corposo e variegato il collage  di filmati, documenti d’epoca , per lo più dell’Istituto Luce – acronimo di L’Unione  cinematografica educativa costituita nei primi decenni del ‘900 – e di video e slide di stretta attualità che raccontano  l’ economia del legno, in tutte le sue molteplici sfaccettature strettamente correlate con il mondo del lavoro produttivo e la cultura d’impresa dinamica. Un racconto polarizzato sul ‘900, per proiettarsi a ventaglio sui sistemi di lavorazione e trasformazione del legno in eccellenti elementi di arredo, secondo le modalità delle tecniche della domotica per le  case fabbricate in legno in combinazione con la bio-edilizia e il design di funzionale qualità ed efficienza. 

La narrazione per immagini  offre ampi squarci dell’Alta Irpinia con  i magnifici e folti boschi di Montella, Bagnoli, Nusco e Lioni, giusto per citare i luoghi-simbolo del lavoro dell’intera area, per i quali si prospetta la costituzione dell’ Azienda speciale delle foreste, combinando Istituzioni comunali e imprese private, destinata a segnare un’opportunità di crescita socio-economica  per il territorio. Ed è anche il racconto che focalizza le attività e l’industria boschiva incardinate in modo considerevole sull’area dei Monti Avella e del Partenio, con interessanti slide che fanno risaltare la bontà e l’armonia dei cicli  rigenerazione naturale dei boschi, dopo l’esecuzione dei tagli “ a regola d’arte”, oltre che le tante filiere di mestieri generate direttamente e indirettamente dall’economia del legno.

Il collage si conclude con belli ed istruttivi cartoon animati in lingua inglese sul valore del legno, che vive come albero, anche quando è trasformato in elemento d’arredo, sarà il filo conduttore  del pubblico convegno, in programma lunedì due marzo- alle ore 10,30– nell’Auditorium dell’Istituto comprensivo “Giovanni XXIII, promosso ed organizzato dall’Associazione Maio Santo Stefano, dal Circolo socio-culturale L’Incontro e dall’ Associazione Maio Sant’Elia di Sperone; convention che rientra nell’ambito delle iniziative di carattere divulgativo ed informativo riservate alle comunità studentesche dell’area dell’ Unione intercomunale del Clanio per l’assegnazione dei Mai d’Argento in dotazione del  “Galante Colucci”, che con le annualità 2019\2020 approda alla quarta edizione, con cerimonia premiale  nell’ambientazione del Teatro Biancardi, a maggio, ad Avella.

Focus del convegno, il modulo tematico  incentrato sull’ “ Economia del legno  nella storia e nelle prospettive del territorio ”. A trattarne, saranno Roberto e Silvio Picciocchi,  imprenditori e titolari dell’omonima storica azienda fondata dal padre Mario –una delle poche Società per azioni operante sul territorio- il dottore agronomo Angelo Pedalino, impegnato in attività di ricerca nel Cnr di Portici, e l’imprenditore Antonio Maietta, apicoltore e ambientalista di sicura caratura. En passant, gli altri moduli tematici scelti dal Comitato scientifico del “Galante Colucci”, vertono sulle  Gastronomie– le cosiddette cucine povere- del Sud del Mondo all’insegna delle 50 coltivazioni, selezionate dal WWF, la cui pratica costituisce la salvaguardia del PianetaTerra e sul castagno, l’ albero del pane, nella classicità,nella storia e nella letteratura, da Senofonte a Pascoli. E il castagno identifica il Maio, icona e simbolo per antonomasia del folclore locale, relativamente … giovane.

di Geo

Palazzo della Borsa di Napoli_Nola, il “Carducci” presenterà  “L’Arte in Camera“. Intervento di Gaetano Manfredi, Ministro dell’Università e Ricerca

L’appuntamento è per venerdì – 21 febbraio  alle ore 15,00– al Palazzo della Borsa, in piazza Bovio, a Napoli. Un’ambientazione mirata e ben scelta per la presentazione de “ LArte in Camera “, il libro-catalogo articolato in analitiche ed approfondite schede storiche ed estetiche che raccontano, in lingua italiana e in lingua inglese, i profili e i temi caratterizzanti di ventidue opere pittoriche e di sei sculture-busti, nonché informazioni biografiche degli autori, risalenti all’ ‘800 e al ‘900. Sono schede illustrative, che costituiscono il frutto di un lungo e metodico percorso di studio e ricognizione diretta delle opere “narrate”,in cui sono stati impegnati i ragazzi e le ragazze della quarta classe,sezione D, del Liceo statale “Carducci”, nell’ambito del progetto didattico -formativo per  i “Servizi di orientamento al lavoro e alle professioni”,  di cui è referente la professoressa Milena Picciocchi, ordinaria per l’insegnamento di Storia dellArte.

Di sicuro interesse culturale e di forte valore divulgativo,il libro- catalogo, realizzato con il coordinamento scientifico della professoressa Isabella Valente del Dipartimento degli studi umanistici della Federico II, è stato pubblicato dalla Camera di commercio della Città metropolitana partenopea, i cui uffici sono operativi nel monumentale Palazzo della Borsa. L’opera sarà presentata da Ciro Fiola, presidente della Camera di commercio, e Fabrizio Luongo, presidente di Azienda speciale Unica Si impresa. Le conclusioni saranno dettate da  Gaetano Manfredi, Ministro dell’Università e della Ricerca.

di Geo

Il Palazzo della Borsa, un luogo che non sa tramontare

Briciole informative

Con la ricerca storica non sono le cose passate che si scoprono ma, parafrasando un concetto del Droysen, si scopre quel che di loro, nell’ hic et nunc,non è ancora tramontato, sia che si tratti di memorie di ciò che fu e avvenne sia di avanzi di ciò che non è stato ed avvenuto.

Quella che si trova a piazza Bovio è una struttura ricca di ricordi, ma anche di ambizioni per rievocarli e raccoglierne di altri. Il Palazzo della Borsa di Napoli, realizzato su progetto di Alfonso Guerra e Luigi Ferrera, è un’opera da scoprire anche in questo senso; ubicato nel quartiere Porto, riconosce l’origine del nome nello scopo della sua costruzione, quale era l’ospitalità agli Uffici della Borsa di Napoli e della Camera di Commercio dal 1895. Eppure, l’ingresso anticipato da due obelischi, laterali alla struttura, aggiunti durante il periodo fascista, non è una porta per scoprire solo una storia economica.

La piazza, recentemente ristrutturata, esalta la magistrale opera con elementi di arredo perfettamente integrati, con la circolare macchia verde e di coloreche spinge lo sguardo al Palazzo, coniugando antichità preservata in superfice e sublime modernità nelle viscere.

C’è un continuo quasi tramontare nell’edificio neorinascimentale, un non finire perpetuo, che vede l’immortalarsi di tante dottrine sui versanti artistici, politici, economici, storici e sociali. Tanti contrasti e abbinamenti convivono sui tre piani, ogni aspetto ha la sua potenza e rilevanza ma l’atmosfera è omogenea e armoniosa, come a voler concretizzare l’idea di Luigi De Luca che volle rappresentare Il genio che domina la forza nei gruppi scultorei in bronzo presenti presso la scalinata dell’entrata. Ebbene, c’è un genio, un demiurgo, un’aria che ordina l’ambiente e consente una narrazione unitaria di ciò che tutti gli elementi singolarmente propongono con vivacità.

I dialoghi tra ordine e violenza vivono illuminati dal sole che s’insinua nelle alternanze di ferro e vetro sulle pareti fino all’ultimo ordine in alto, ove gli infissi sono decorati anche con delle cariatidi che sostengono l’atmosfera attorno alla lunetta del fregio con Hermes e Dioniso.

Un gioiello nascosto e quasi sconosciuto al pubblico è custodito gelosamente all’interno di questo edificio. Elementi ellenici, mitici e pagani, sono accostati alla suggestiva chiesa di Sant’Aspreno,un piccolo tempio paleocristiano miracolosamente salvato dal Risanamento e inserito nella planimetria del Palazzo all’epoca della costruzione grazie all’intervento del Sindaco, Ferdinando Colonna di Stigliano.La ragione della premurosa integrazione era la volontà di salvaguardare uno dei luoghi cultuali dalle mistiche particolarità: l’altare, la casa e la catacomba di Sant’Aspreno. Una cava leggendariamente miracolosa per la cura dei dolori al capo, spiegata dal mondo ecclesiastico col riferimento alla decapitazione del santo in virtù della difesa della sua fede. Tra miracoli e spettri le mura della Chiesa hanno ascoltato le lamentele dei pellegrini sofferenti di emicranie, le preghiere dei devoti sconsolati e i ringraziamenti dei grati per la guarigione. 

La Chiesa inglobata e il Palazzo che la accoglie costituiscono una città nella città nella quale non si ci pente di perdersi, tra dettagli e particolari tutti da svelare perché coperti da un’aurea di prestigio che li riveste. Sede di mostre e convegni, dal mormorio generale, si sente il rumore della suntuosità e della magnificenza che cambia musica ogni giorno, sostituendo le vecchie urla dei banditori; per questo è ogni volta dariscoprire, nel suo eterno tramonto che non conosce morte.

Baiano. Cultura ed etica civile, a ProTeatro: Ruggero Cappuccio racconta Paolo Borsellino servitore dello Stato e della giustizia giusta presidio della sociale convivenza…

Incontro di proficuo e stimolante interesse etico- culturale con Ruggero Cappuccio, autore di nitida scrittura comunicativa e raffinato regista teatrale e cinematografico; incontro vissuto nell’accogliente climax di linda sobrietà della  Sala di ProTeatro in piazza IV Novembre e promosso dall’omonima Cooperativa di giovani, che si dedicano con calda passione e vivo impegno all’arte scenica, veicolando idee, proponendo spettacoli e produzioni televisive, animando progetti e corsi di formazione, a cui corrispondono serie ed encomiabili opportunità di lavoro creativo  con il riscontro già di significative esperienze.

A far da mediatrice del rendezvous con l’ uditorio in raccolta e meditata attenzione, l’ esemplarità civile e civica incarnata  da Paolo Borsellino il giudice ucciso il 19 luglio del 1992 insieme con i cinque agenti che costituivano la scorta protettiva  della Polizia di Stato, con i quali viveva  in profonda empatia umana, prima che di comunanza professionale e di servizio pubblico per lo Stato,  nell’attentato di via Mariano D’Amelio, a Palermo; attentato compiuto, va ricordato, con le modalità peculiari della più collaudata ed efficiente tecnologia terroristica, concretizzando il perverso e torbido intreccio tra i poteri della politica, le articolazioni istituzionali deviate dallalveo dello Stato e la mafia. L’uccisione di Paolo Borsellino seguiva quella del 23 maggio dello stesso anno, in cui nella Strage di Capaci restò ucciso Giovanni Falcone insieme con la moglie e gli agenti della scorta della Polizia di Stato. Analogie e simmetrie impressionanti, tenendo presente che Borsellino e Falcone erano i giudicisimbolo del maxi-processo celebrato sul finire degli anni ‘80 nell’aulabunker del carcere dell’Ucciardone, a Palermo, contro Cosa nostra con oltre 400 imputati e  concluso con sentenze di condanna severe, costituendo  il tangibile e sostanziale fattore di svolta di contrasto alle consorterie di mafia, in virtù del quale lo Stato, nell’affermare il proprio ruolo, dispiegava le proprie funzioni di presidio della civile e ordinata convivenza sociale.

La genesi di Essendo Stato

E’, quella appena tratteggiata per sommi capi, una delle fasi cruciali della più recente e tormentata storia politica della società italiana, avviluppata e afflitta dagli affanni della democrazia  sostanziale incompiuta, a voler richiamare – come a chi scrive sembra opportuno e dovuto evidenziare- il senso della lezione di Aldo Moro nei cupi anni ’70, i cui riverberi sono ancora persistenti e duri nell’attualità dei confusi scenari dei  nostri giorni, profondamente vuoti di pensiero e di visioni ideali. E’ la fase che fa da contesto e sfondo a Paolo Borsellino. Essendo Stato, il libro scritto da Ruggero Capuccio, pubblicato da Feltrinelli e corredato dai disegni di Mimmo Paladino e fotografie di Lia Pasqualino; un racconto, rappresentato in tutti i maggiori teatri nazionali con interpreti e messinscena di alta espressività artistica e civica, assumendo  il profilo di Lettura civile per le giovani generazioni nei Licei e nelle Università, per diventare docu-film ad ampia diffusione per opera di Rai1 e RaiStoria, con l’autore stesso dalla dizione sicura e netta nell’interpretazione del testimone civile, alla luce della stesura completa e definitiva del libro,inclusiva della pubblicazione integrale delle audizioni rese per otto ore in totale il 31 luglio del 1988 al cospetto del Consiglio superiore della magistratura da Borsellino e Falcone in predicato di subire provvedimenti disciplinari per il loro operato. 

E’ un squarcio di cruda realtà che fornisce molteplici elementi di conoscenza sugli intricati percorsi su cui si dipana l’esercizio della giurisdizione in Sicilia; squarcio, affidato alle parole scritte che per se stesse richiedono argomentazioni e sollecitano riflessioni, lontane naturalmente dall’evanescenza sia dell’impatto fonetico della messa in scena in forma teatrale, sia del montaggio cinematografico; uno squarcio, dal quale emerge la chiarezza lapidaria con cui Borsellino focalizza la sua esperienza di lavoro,stigmatizza lo smantellamento del pool antimafia, la deprecabile dinamica ancorata alla parcellizzazione delle indagini e l’assenza di un piano operativo atto a valorizzare il lavoro di carabinieri e polizia. E’ la rivendicazione del cittadino e del giudice per la costruzione e  l‘affermazione dello Stato, garante e presidio di civile convivenza e di equilibrio sociale.

E quella dello Stato costruttivo dell’equilibrio sociale, come a ragion veduta sottolinea Cappuccio nel libro, era l’ IdeaStato che Borsellino aveva avvertito quale concezione in cui si era riconosciuto fin da giovane. Era l’IdeaStato, che declinava, va ricordato, le suggestioni dell’eticità e il fascino del bello, specchio della laica visione del vivere elaborata da Federico II – lo Stupor mundi– magnifico legislatore, assertore e promotore dell’incontro delle culture d’Occidente e d’Oriente, specie sui versanti del pensiero filosofico, delle scienze e delle applicazioni tecnologiche, fautore della pacifica coesistenza dei monoteismi di matrice  cristiana, ebraica e musulmana. E l’ammirazione verso Federico II e la Casa sveva darà l’input a Paolo Borsellino per l’apprendimento da auto-didatta della lingua tedesca per meglio conoscerne la Letteratura, con le agili traduzioni della poesia di Goethe e Rilke.

Il docufilm e la conversazione

Stabat mater dolorosa

La proiezione del docu-film e l’avvincente conversazione con Ruggero Cappuccio, condotta con incisiva linearità da Franco Scotto, regista e autore, immettevano l’uditorio nel mondo degli affetti e delle relazioni di Paolo Borsellino, uomo, padre di famiglia, cittadino, giudice; risultavano due ben calibrati registri di rappresentazione,  con filo conduttore la trama del libro, articolato in undici movimenti-capitoli,introdotti da citazioni tematiche di Tucidide,ripetendo  l’impianto dello Stabat mater dolorosa di Pergolesi nelle scansioni di lingua latina.

Un mondo ricapitolato e ri-vissuto dall’immaginato flusso della memoria di Paolo Borsellino, nel tempo fermato alle ore 16,58 nella successione delle particelle dell’istante di sospensione tra la vita e la morte di quel 19 luglio del 1992, il giorno dell’attentato dinamitardo, di cui fu bersaglio senza scampo o via di salvezza insieme con gli agenti della scorta, in via Mariano D’Amelio, a Palermo, la città dov’era nato 52 anni prima. Una ricostruzione a tutto tondo, in cui la scrittura di Cappuccio fa ritrovare e risaltare nell’esistenza e nello stile di vita di Borsellino la stretta connessione tra la spirituale interiorità umana e la fede cristiana. Un’operazione di scavo, che trova uno degli aspetti più rilevanti nel capitolo dedicato “allarte della giustizia”, in cui viene dato spazio all’importanza dei linguaggi e della loro decifrazione negli interrogatori degli imputati. Una tecnica, anzi un’ “arte” di ricerca nel distinguere il pensato reale e il detto reale, liberando l’uno e l’altro da mistificazioni; un’operazione tutt’altro che agevole. E sul punto specifico, ben pertinente la distinzione focalizzata tra il carattere peculiare della lingua napoletana e quello della lingua siciliana, l’una è la lingua scenica, con varietà e ricchezza di parole che “accrescono” e dilatano le situazioni di riferimento, l’altro non aggiunge parole più del dovuto, anzi le sottrae, fino al mutismo rispetto ai fatti. E c’è di più: nella lingua siciliana, il passato remoto si usa anche se l’azione si è appena svolta. Il presente diventa a-temporale, e tutte le cose saranno come furono. Nella lingua napoletana il futuro ha poco o nessuno rilievo, perché le azioni sono regolate dal presente. E cosi si dice “ lanno prossimo mi sposo”, perché per il napoletano il futuro è ignoto, privo di speranze.

Tanti altri sono i temi e gli spunti di analisi e riflessione di Paolo Borsellino. Essendo Stato, che meriterebbero di essere evidenziati, ma si andrebbe troppo per le lunghe. E’ certo, però, che il libro di Ruggero Cappuccio, con la versione teatrale e in linguaggio cinematografico a sedici anni dalla prima rappresentazione andata in scena al “Vittorio Emanuele”,a Benevento, ha un’intrinseca vitalità, che fa storia e cultura civica. E dice molto alle giovani generazioni sensibili alla costruzione di una società migliore. E di una giustizia giusta, cardine di quella compiutezza autentica, con cui si configura la  democrazia libera e plurale.

di Geo

Foto di Biagio Estatico

Nola. Al Museo storico – archeologico… incontro ravvicinato con Salvatore Quasimodo nel recital del figlio Alessandro

Ambientazione densa di suggestioni d’antico che rincorre la spirale del fugace presente, quella del Museo storico-archeologico dell’area nolana, per rendere Omaggio a Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura, nell’ambito delle iniziative del terzo ciclo dedicato alla correlazione tra “ Lettura e Solidarietà” e curato con  calda passione e tenace impegno da Carlangelo Mauro, poeta e saggista. Un’iniziativa – a cui ha arriso l’interessante bella risposta partecipativa di un uditorio attento ed interessato, soprattutto giovanile, ben superiore alle aspettative più lusinghiere- indetta ed organizzata dall’Ufficio diocesano per la Scuola, in collaborazione con le amministrazioni comunali di San Paolo Bel Sito e Nola, rappresentate nella convention letteraria dal sindaco Manolo Cafarelli e dall’assessora Monica Zimmaro, oltre che con la sezione cittadina della Federazione italiana donne arti professioni affari, rappresentata dalla presidente, la dott.ssa Maria Manganiello, mentre gli onori di ospitalità erano dati dal dottor Giacomo Franzese, direttore della struttura museale, che costituisce per la qualità degli eventi che ospita e promuove  un autentico presidio di vita e animazione culturale per le comunità del territorio e per le Scuole.

Fulcro dell’”Omaggio”, il recital con cui il figlio – Alessandro, attore e regista teatrale- ha letto e interpretato con fine dizione i testi poetici del padre, insignito del Nobel per la Letteratura nel 1959; un impegno artistico che Alessandro Quasimodo viene svolgendo da tempo nelle sedi delle istituzioni culturali di tutto il mondo, recitando le composizioni ‘paterne e di altri poeti e poetesse, quale messaggero della poesia e della letteratura italiana. Un itinerario di analisi e di diffusione della vasta opera creativa di Salvatore Quasimodo, magnifico traduttore sia di autori latini e segnatamente di Virgilio che dei lirici greci, tra le più vive espressioni della poesia contemporanea. E il poeta siciliano, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Mario Luzi compongono quel coro  voci assonanti e varie di pregnanza ideale, che danno anima all’Ermetismo, il fenomeno letterario che non solo fa da specchio delle inquietudini e delle sofferenze dell’uomo  del Novecento e dei suoi aneliti di pace e libertà, ma costituisce anche una delle maggiori e più originali  espressioni della cultura europea e mondiale.

Di particolare rilievo per la rivisitazione del mondo poetico di Salvatore Quasimodo, erano i testi espressivi di vita familiare, che Alessandro leggeva con fine dizione e commentava con trasporto amorevole; testi attraversati da profonde tracce di affetti e intense emozioni, tra cui “Lettera alla madre” e “Epitaffio per Bice Donetti” la prima moglie, “L’alto veliero”, dedicato alla seconda moglie e madre di Alessandro, la danzatrice Maria Cumani, quando era incinta di lui ed aveva “il mare nell’anima”.

Brigitte e Varvara Alexandrovna

La solidarietà è donna

Il passaggio dall’intimità familiare all’approdo e al riconoscimento del valore della solidarietà,quale fonte di vita, era focalizzato da Alessandro Quasimodo nel richiamo all’opera “ Io sono con te. Storia di Brigitte”, edito da Einaudi, in cui Melania Gaia Mazzucco racconta la storia dell’infermiera congolese, Brigitte appunto, perseguitata politica e privata di tutto, perché colpevole di aver curato gli oppositori del regime dominante a Kinshasa e  rifugiata in Italia. Un richiamo che faceva da ancoraggio alla lettura di “ Varvara Alexandrovna“, la composizione dedicata da Salvatore Quasimodo all’infermiera russa, da cui fu assistito amorevolmente per sei mesi nell’ospedale di Mosca,  dov’era stato ricoverato per un infarto, un’assistenza ammirevole, tanto che Varvara  riaccompagnò il poeta alla frontiera per essere sicura di affidarlo “in mani altrettanto amorevoli“. Ed ecco i verso della gratitudine,all’insegna della solidarietà: “Scotta la tua mano notturna, Varvara / Alexandrovna, sono le dite di mia madre / che stringono per lasciare lunga pace sotto la violenza. / Sei la Russia umana / del tempo di Tolstoj…”.

Quasimodo e laPoesia civile

nelle voci di Nika Nappi, Giovanni Vetrano e Federica Parisi giovani liceali

Uno spazio particolare era riservato  da Alessandro Quasimodo  ai testi, in cui il padre sviluppa temi di Poesia civile, tra cui Auschwitz – di cui si pubblica di seguito l’interessante saggio di commento sviluppato da Federica Parisi, che frequenta il Liceo scientifico statale “Enrico Medi” di Cicciano – e “Il mio Paese è l’Italia

Di commovente espressività, l’originale interpretazione e “lettura” in forma teatrale che Nika Nappi e Giovanni Vetrano, giovani dello stesso Liceo,   proponevano della celebre “ Laude 29 aprile 1945” espressione della pietas che il poeta vive e rappresenta, a fronte dello scenario di morte di piazzale Loreto, a Milano, con i diciotto gerarchi fascisti e Benito Mussolini, impiccati a testa in giù; scenario e, al contempo,  ludibrio che segnarono il tremendo epilogo dell’atroce e dura guerra civile che, all’interno dell’orrendo e devastante secondo conflitto mondiale, si era combattuta dal ’43 al ‘45 nelle regioni del Nord, tra i fascisti, alleati dei nazisti, e i partigiani della Resistenza per la Liberazione.

Nella Laude,  “dialogano”  il “Figlio” ucciso, impersonato da Giovanni Vetrano,  atteggiato nella figura di Cristo con le “mani bucate” che rivendica la pietas  al cospetto della  Madre, incarnata da Nika Nappi, che, invece, grida vendetta e sputa sul cadavere di Mussolini. E’ il FiglioCristo che  invita la folla ad allontanarsi dalla piazza. “Da secoli la pietà è l’urlo dell’assassinato”.  

E’ la pietas – evidenziava Alessandro Quasimodo– ad indicare l’itinerario del padre verso la fede cristiana; un itinerario scandito dai testi di poesia religiosa, tra cui spiccano la “Confessione”, in prima versione, successivamente intitolata “Si china il giorno” e “Thanatos Athanatos”,  a cui fa da suggello la struggente e forte invocazione …”Dio del silenzio, apri la solitudine“. E’ l’invocazione che parla da sola e va oltre la rigorosa razionalità delle certezze inconcusse, per attingere il sublime del sentire. E’ la trascendenza dello spirito.

Testimonial dell’evento, preziosa iniziativa culturale, in grado di coniugare Poesia e Storia, la splendida Mostra pittorica “ Quasi sognando Quasimodo …” Una sequenza di tele, in cui Lorenzo Maria Bottari racconta la solarità del Mediterraneo e la scintillante policromia della Sicilia, E’ visitabile nelle Sale del Museo di via Senatore Cocozza.

di Geo

No alla morte, morta ad Auschwitz

Saggio di Federica Parisi

La poesia di  Salvatore Quasimodo, intitolata Auschwitz, tratta dalla raccolta Il falso e vero verde” (1956), ci introduce in una delle pagine più esecrabili della storia della società occidentale. L’esordio della poesia presenta un’immagine spettrale in cui gli elementi osservati (il campo, i pali e i grovigli di filo spinato) concorrono ad evocare scenari freddi e desolati, dove il dolore si dimostra totalizzante a tal punto da oscurare ogni altra emozione nel lettore.

Auschwitz sarà ricordata come la porta dell’Inferno nel mondo moderno. Dante, nella “Divina Commedia”, incide sulla porta d’ingresso dell’”Inferno”, in cupi caratteri neri, la scritta “lasciate ogni speranza voi che entrate” – anche ad Auschwitz, potremmo dire, accade lo stesso – ma la scritta sovrastante il cancello d’accesso al famigerato Campo, tristemente nota, recitava: Il lavoro vi renderà liberi ,”ricordata anche da Quasimodo, ha un tono irridente ed evidentemente sadico nei confronti degli ebrei prigionieri e ridotti, ancora una volta nella storia, in schiavitù:

Da quell’inferno aperto da una scritta

bianca: “Il lavoro vi renderà liberi

uscì continuo il fumo

di migliaia di donne spinte fuori

all’alba dai canili contro il muro

del tiro a segno o soffocate urlando

misericordia all’acqua con la bocca

di scheletro sotto le docce a gas.

Il lavoro vi renderà liberi“: antitesi tragica in un luogo dove la libertà non può esistere. Ma se immaginiamo le agonie infinite che si sono consumate in quell’inferno, testimoniate anche dei versi di Quasimodo, non faremo fatica a comprendere che l’unico spiraglio di libertà poteva essere solo la morte

Come non restare commossi di fronte ai versi di questa poesia che evocano “le lunghe trecce chiuse in urne di vetro“, “le piccole scarpe“, i segni di migliaia di vite sacrificate in nome della pericolosa banalità racchiusa nella ideologia della razza pura; la “banalità del male” come ha scritto la filosofa Hannah Arendt.

La poesia di Quasimodo evoca Auschwitz come luogo della memoria, ma vuole ricordare all’umanità che il male è tanto infinito quanto l’amore. Ed è lo squarcio in cui il poeta si rivolge ad una persona cara, alla donna amata, 

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,

amore, lungo la pianura nordica

in un campo di morte

La parola “amore“ echeggia tre volte nella poesia, come per esprimere il netto “NO ALLA MORTE, MORTA AD AUSCHWITZ”.

Cicciano. “Dialogando con Etty”, i giovani conoscono la tragedia della Shoah

Concluso il ciclo degli eventi, promosso ed organizzato dalla comunità parrocchiale di San Pietro e Paolo e dal Comitato per le celebrazioni in onore di Sant’ Antonio Abate, in sinergia con l’Ufficio scolastico della Diocesi di Nola e con il patrocinio morale della civica amministrazione, per la riscoperta del perverso male  antisemita e razziale, da cui scaturì il genocidio degli ebrei, dei rom e degli zingari, attuato dalla Germania nazista. Filo ispiratore, la Mostra documentale per rivisitare il cammino esistenziale, familiare e sociale della giovane scrittrice olandese di origine ebrea, morta ad Auschwitz nel 1943.

Un’operazione di sicuro e qualificato spessore socio-culturale, quella su cui è appena calata la tela del simbolico sipario, con ambientazione nell’accogliente e ampio Centro Nadur Teatro; operazione, incentrata sulla Mostra documentale, dedicata al cammino esistenziale, familiare e sociale compiuto da Etty\Esther Hillesum, giovane olandese di origine ebraica, interessante figura d’intellettuale e acuta scrittrice, morta ad Auschwitz nel 1943. Una limpida testimone del suo tempo, tormentato e violento, di cui fornisce una plastica ed eloquente rappresentazione nelle pagine del Diario e delle Lettere – opere inserite nel cospicuo ed eccellente catalogo di Adelphi,tra le migliori espressioni dell’editoria italiana – al centro degli interessi di riscoperta e conoscenza della più rigorosa e attenta saggistica internazionale dei nostri giorni. E soprattutto una limpida testimone,che racconta il suo sentire e pensare, vivendo la stessa sorte di tutti i deportati destinati alla comune morte nel campo di sterminio più famigerato allestito dai nazisti nella Polonia che avevano occupato, devastandola e tenendola sotto scacco.

Sette le giornate di esposizione al Nadur  della Mostra, ambientata in laboratori e spazi con pannelli illustrativi dedicati, ch’è  stata visitata dalla gran parte delle classi degli Istituti statali dIstruzione superiori e dei Licei dell’area nolana, con presenze di gruppi di trenta giovani, a turno; una modalità logistica, per  favorire un approccio più avvertito e diretto possibile con il mondo ideale e l’approdo di Etty alla fede e a Dio-Carità verso gli altri, quale cardine della transizione dall’io al Noi, nel segno del Deus Caritas Est, quale è vissuto e concepito dal “Cuore pensante proprio di Etty. Una scelta logistica mirata e coerente per agevolare la comprensione dei delicati temi della Mostra, intitolata , a ragion veduta.“Il Cielo vive dentro di me”.

Letture, poesia, teatro e larte del deserto

A suggello della rassegna, omaggio alla Giornata della Memoria -dopo gli indirizzi di saluto dati ai giovani dal vescovo  Francesco Marino, Padre Mariano Amato, don Virgilio Marone e la consigliera comunale Lucia Marotta, in rappresentanza del sindaco Giovanni Corrado– con i ragazzi e le ragazze della Scuola media cittadina “Giovanni Pascoli”, che, coordinati dalla professoressa Teresa Rega, leggevano con lineare espressività di dizione significative frasi tratte dai “Diari” e dalle “Lettere” di Etty. Sulla loro scia, Bianca Lapesa, leggeva i versi da lei elaborati per la composizione intitolata “Una donna speciale”, ispirata dalla vita di Etty, “una donna che ha imparato a leggere Dio in se stessa”, mentre Laura Sfeclisa Lacrimoara, liceale del “Medi” cittadino, leggeva versi dettati dalla sua positiva esperienza di vita, che l’ha condotta dalla Romania ad incontrare amore e amicizia “dentro e fuori l’ aula” del Liceo di via Madre Teresa di Calcutta; erspeirenza che le fa scrivere…/ le diversità si ricompongono \ nell’unità meravigliosa della famiglia umana,\ la famiglia che tutti noi siamo \ abitanti di Madre terra dentro e fuori l’aula \ dentro e fuori i confini”.

Di rilievo, la lettura,in originale forma teatrale,della vicenda esistenziale di Etty, attraverso le sue opere, con il racconto fatto dai giovani liceali – coordinati dalla professoressa Cecilia Faiella– e testi  “montati” dal professore Carlangelo Mauro; un compendio di testi, intitolato “Le voci di Etty”, in cui l’autore ripercorre le fasi della vita della protagonista dalla depressione alla conoscenza di sé e alla fede in Dio, attraverso il legame con l’allievo del celebre psiconalista Carl Gustav Jung, il dottor Julus Spier, che, avvalendosi della Psicochirologia, lo studio delle mani, interpreta gli impulsi della sua anima e le pulsioni del suo carattere. Una lettura teatralizzata”, in cui spiccano frasi e pensieri della scrittrice, ma anche citazioni di Pascoli, Leopardi, Quasimodo, Blaise Pascal, Vittorio Messori, “ cercando di seguire- afferma Mauro–  l’invito di Etty all’abolizione del diritto d’autore, perché il monito della scrittrice, secondo il qualetutti gli uomini dovrebbero essere fratelli”, avrà possibilità di essere realizzato solo quando i diritti d’autore saranno stati aboliti e quando tutti potranno liberamente pescare liberamente dalla grande riserva comune ch’è stata creata dall’umanità nel corso degli secoli. E’ il patrimonio comune- conclude Mauroche costituisce l’ umanesimo, in cui  Etty si riconosce e crede”.

Sull’ itinerario umanistico prefigurato nella condizione di vita di Etty si innestava l’intervento di ripudio contro ogni forma di razzismo e del risorgente anti – semitismo , nel discorso sviluppato da Angelo Moretti della Caritas di Benevento, tra gli ideatori del Manifesto per una Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, che deriva dal “desiderio di fare sintesi della lezione di Papa Francesco  sulla solidarietà umana e sulla solidarietà ecologica, pensando il Creato e l’ecosistema come un sistema interdipendente, retto da un’unica missione: la salvezza degli uomini e delle donne”.

Allo scenario animato della Giornata della Memoria non poteva mancare il bello dell’arte ch’è l’antitesi del male e dell’odio, con cui gli uomini si degradano e immiseriscono, al di là di tutte le ricchezze materiali e di qualsiasi potere siano in grado di utilizzare e disporre contro i propri simili. E’ il bello dell’arte rappresentato dall’opera composta open air e in presa diretta da Mustapha Taaba, in visita alla Mostra “su” Etty. Artista originale, Mustapha Taaba– algerino- è celebre per le composizioni pittoriche che crea, manipolando la sabbia del deserto sahariano. Un atto d’onore alla pittura coniugato con l’omaggio all’ arte del pentagramma con gli interventi musicali e canori di don Mimmo Iervolino, cantautore e parroco a Pomigliano d’Arco, mentre Ondina Furnari, docente di lettere, si esibiva in una magnifica performance con il violino.

di Geo

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