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Baiano. Conoscere la Shoah, per non dimenticare

All’”Incontroproiezione del documentario LEccidio di Nola e conversazione aperta con Padre Mariano sulla lezione di vita di Etty Hillesum, giovane donna olandese ebrea immolata nel campo di sterminio allestito  nella Polonia occupata dai nazisti ad Auschwitz.

E’ programmata per giovedì – 23 gennaio- con anticipazione rispetto alla data istituzionale del 27  per ragioni organizzative, la Giornata della Memoria, evocativa della tragedia della Shoah, recependone la testimonianza di monito per l’attualità dei nostri giorni, a costruire le ragioni delle pacifica cooperazione tra uomini e popoli, fugando tutti i cedimenti possibili – manifesti e dichiarati  o mascherati da opportunismi politici – ad ogni forma sia di razzismo ed etnocentrismo, sia di totalitarismo.

L’appuntamento è previsto nei locali del Circolo socio-culturale “LIncontro”, per giovedì prossimo alle ore 18,00. A far da prologo, la proiezione del documentario realizzato da Felice Ceparano -cultore di storia patria e locale- intitolato “LEccidio di Nola”, presentato ufficialmente il 15 aprile scorso alla Camera dei deputati, con l’intervento di rappresentanti delle istituzioni italiane e tedesche e l’ acuta ed efficace analisi storica, sviluppata da Paolo Mieli. E’ il racconto  della prima strage per rappresaglia, compiuta in Italia dalle truppe della Germania nazista, punteggiato dalle voci delle ultime testimonianze dirette e vive di coloro che nella città di Giordano Bruno hanno conservato il ricordo di quel triste 10 settembre del 1943, quando si consumò l’Eccidio  nella seicentesca ed imponente Caserma del “48”, a piazza d’Armi.

Alla proiezione del documentario- con durata di circa mezz’ora- seguirà la rivisitazione della Shoah  nel contesto temporale e delle tante tragedie, con cui fu intessuta la seconda guerra mondiale. Una rivisitazione che sarà animata dalla conversazione di Padre Mariano, che guida la comunità parrocchiale di San Pietro e Paolo, a Cicciano. Un itinerario di riflessione, ispirato dal pensiero e dalle opere di Etty– Esther- Hillesum, la giovane donna olandese ed ebrea, uccisa nel ’43 insieme con i familiari e tanti altri correligionari,  nel Campo di sterminio, la Grande fabbrica di morte, che i nazisti fecero “funzionare” per anni ad Auschwitz.

di Geo

La scomparsa di Franceschino. Il cordoglio delle comunità parrocchiali della Madonna del Carmine di Nola, Avella e Baiano, di cui è stato operosa presenza e testimonianza di solidarietà

Don Francesco Tulino, una biografia speciale: da padre di famiglia a sacerdote, vivendo lo spirito cristiano e di dedizione al prossimo.

Un percorso lineare, quasi previsto e prevedibile, com’ era congenito e congeniale all’essenza del suo stile di vita, intessuto di forti sentimenti religiosi, docilità e innata benevolenza verso tutti, quello compiuto da Francesco Tulino – per familiari, amici e conoscenti Franceschino, semplicemente e tout … court- per approdare gradualmente al diaconato e alla professione dei voti sacerdotali al servizio del prossimo e della Chiesa. Un percorso di vocazione e fede verso Dio, che integrava e arricchiva quello già condotto nell’operosa vita laica vissuta in famiglia con la figlia Giulia – aveva sposato Elena De Luca, di cui era restato vedovo- e come diligente funzionario dell’amministrazione statale del Ministero del Lavoro, a Napoli, senza far mai registrare un’assenza da quell’ufficio, in cui aveva cominciato a lavorare poco più che ventenne, facendosi carico e riferimento con mamma Santina e  da primogenito  di otto, tra fratelli e sorelle, dopo la prematura morte del padre Raffaele

… E, quando chi scrive, gli chiese di poter continuare a chiamarlo come al solito Franceschino, anziché far ricorso all’ormai ricorrente e comune don Francesco, sia per la missione diaconale che segnatamente per quella sacerdotale che- tredici anni fa- aveva fatto propria, potendo officiare la celebrazione eucaristica, n’ebbe risoluta ed oltremodo … incoraggiante risposta favorevole, perché tutto restava come sempre. La nostra, d’altro canto, è stata un’amicizia stretta e di lunga data; e l’uso del ”don Francesco” con tutta franchezza appariva- a chi scrive-  troppo ridondante, finendo per far velo e quasi distacco verso la dimestichezza e la consuetudine dei rapporti che, inalterati e costanti si sono conservati fino ai giorni correnti; rapporti, che risalivano  a cavallo degli anni ’40 e ‘50 del secolo scorso, ancorati a quel piccolo grande mondo che per tanti di noi delle generazioni degli anni ’30, ’40 e ’50 è stata l’Azione cattolica della comunità parrocchiale di Santo Stefano.

Era il nostrano piccolo grande mondo, che viveva, nel tempo libero dallo studio o dal lavoro, in larga parte e tutti i giorni negli accoglienti spazi del primo piano della Casa canonica della Chiesa dedicata al Protomartire della cristianità; spazi, che ospitavano due magnifici e ottimi tavoli di ping-pong, sia per la qualità del rimbalzo assicurata alla pallina, sia per farle imprimere traiettorie imprevedibili e curvilinee  con colpi soft di racchetta ad “effetto” che disorientavano l’avversario. E il tavolo che occupava il bel “salone centrale” era stato realizzato a regola d’arte da un eccellente falegname del tempo, Pasquale Barbarisi, nonno del caro amico Pasquale, mentre l’altro era stato allestito con il laborioso ed ingegnoso “facciamo da noi ”, utilizzando ben stagionate tavole di castagno -donate dall’imprenditore  Salvatore Boccieri, che gestiva il vicino sito per lo stoccaggio e la commercializzazione di legnami pregiati, e fratello del parroco Stefano– la giusta dose di stucco da applicare  per garantire l’uniforme tenuta dell’impianto del tavolo con due simmetrici e solidi supporti-sgabelli di geometrica fattura, calibrati morsetti a tenuta sicura e rigida, vernice  verde spalmata ad arte sulla nostra “opera”, delimitata da uniformi strisce di bianca vernice. E un po’ tutti eravamo giocatori di veloce e buona caratura -nel singolo e nel doppio- di tennis da tavolo, formando ben assortiti e solidi team spesso impegnati in prolungati e spettacolari Tornei a Nola, in cui si fronteggiavano le migliori formazioni dei Circoli della Gioventù dAzione cattolica -in sigla Giac– dell’area diocesana. E davvero super per tecnica erano i team di San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, Marigliano, Nola e, noblesse oblige,  dell’indomabile e indomita GiacBaiano.

Con il ping-pong “Re” di quel piccolo grande mondo  fungevano da … improbabili campi di calcio, non solo un mini rettangolo di suolo retrostante la Casa canonica e l’intero “rustico in tufo e parzialmente abitato”  di quello che doveva essere un … Ospedale, ma anche la strada-viale in pendio, ‘o stradone  che immette sul sagrato della Chiesa parrocchiale; improbabili campi di calcio per partite giocate allo … stremo delle energie, ma che per noi valevano ben più del “Bellofatto” teatro di scena delle imprese del Baiano, specie degli Zanollaboys, o del “Vomero”  in cui brillava il Napoli d’epoca che contava nella comunità cittadina “tifosi” in gran numero. Come ora

Del nostrano piccolo grande mondo il lievito per noi appena adolescenti che s’affacciavano all’età giovanile, era costituito a cadenza settimanale da incontri e discussioni aperte su temi cultura religiosa, attualità e modalità organizzativa di iniziative e manifestazioni in cui venivamo direttamente coinvolti, con la coordinazione dall’assistente spirituale di turno, nel quadro, per dir così, della pedagogia per il laicato cattolico, ispirata dalla dottrina sociale cristiana; un ruolo, esercitato nel corso degli anni da giovani sacerdoti di spiccata formazione culturale e buone letture, tra cui don Ennio Pulcrano, don Antonio Esposito, don Luigi Cacciapuoti don Pasquale Vivolo e don Pasqualino Sepe. 

Una realtà, di cui Franceschino era per  molti versi era anima e artefice nello stesso tempo, combinandosi con Stefano Scotto, ch’è stato un buon insegnante di Scuola elementare ed onesto pubblico amministratore, scomparso una decina di anni fa. Venivano chiamati i “comparielli” ed avevano sposato due sorelle, Franceschino, come ricordato, Elena, e Stefano, Gilda De Luca, anch’ella  insegnante bemn preparata e meticolosa. Un duo assortito al meglio, contrassegnato dall’appartenenza alla stessa generazione metà anni-30, a cui si associava Aldo Conte, Alduccio, eclettico per dialettica e perspicace dalla battuta ironica facile, anch’egli ben stimato insegnante di Scuola elementare.

Poi, la svolta degli anni  ’70, per i tanti di noi che avevano vissuto quel piccolo grande mondo urgevano altre esigenze familiari e responsabilità di vita e sociali. E l’Azione cattolica, com’era giusto che fosse,alla luce del Concilio Vaticano II, delle visioni di Giovanni XXIII e di Paolo VI era chiamata ad interpretare e a rappresentare altre istanze. Quel piccolo grande mondo s’è dissolto,per naturale divenire delle umane cose; e in chi lo ha vissuto ha impresso tracce indelebili. Senza nostalgia. 

Franceschino ha proseguito l’itinerario intrapreso con la bussola d’orientamento di sempre. Da sacerdote, al passo con i tempi. Con l’umiltà e la semplicità immutate del suo stile di vita e comportamento.

di Geo

Ed ecco il testo dedicato a Franceschino dalla comunità parrocchiale di Santo Stefano, primo martire della cristianità e patrono di Baiano, dov’era nato e viveva:

Grazie,

don Franceschino carissimo: hai creduto nell’Amore di Dio e docilmente ti sei lasciato guidare in una esistenza semplice, ma fatta di esperienze diverse, che hai cercato di rendere tutte significative.

Grazie per la tua sensibilità che ti ha permesso di entrare, discretamente ma con amore vero, nella vita dei fratelli.

Grazie per come hai riscoperto e amato la Chiesa con la luce della spiritualità dell’Opera di Maria.

Grazie per la testimonianza efficace che hai reso nella nostra comunità e per l’entusiasmo con cui hai sostenuto l’ opera missionaria di Suor Pina.

Grazie per il tuo servizio, pronto, costante e soprattutto disinteressato.

Sicuramente continuerai ad essere un dono, ancora più grande, per tutti noi.

Cicciano. Al Centro Nadur, la Mostra su Etty Hillesum per conoscere la tragedia della Shoah

Notevole afflusso di visitatori, distribuiti in gruppi d’accesso agli spazi espositivi. L’interessante novità del Laboratorio sensoriale.

S’intitola “Il Cielo Vive dentro di Me”, la Mostra documentale che rivisita la figura e il pensiero di Etty Hillesum, olandese e morta- ventisettenne- ad Auschwitz nel 1943. Un itinerario di conoscenza del passato, guardando il presente del Terzo Millennio, attraverso una testimonianza di intensa capacità di riflessione, qual è quella che esprime la giovane donna immolata nel campo di sterminio polacco. Allestita negli spazi del Centro Nadur, dove resterà aperta al pubblico fino al pomeriggio di giovedì, 16 gennaio, la Mostra, inaugurata venerdì, sta facendo registrare un notevole afflusso di visitatori, soprattutto di gruppi provenienti dalle Scuole e dagli Istituti statali d’Istruzione superiore dell’area nolana. Molte le famiglie con i bambini in visita alla rassegna.

Per la maggior parte dei visitatori, Etty Hillesum e il suo mondo di idee costituisce una vera e propria scoperta, alla luce di un vissuto, raccontato con penetrante e suadente scrittura nel Diario e nelle Lettere; un vissuto che si colloca in uno dei periodi più tristi e bui della Storia del Novecento, qual è quello segnato dalle immani e sconvolgenti tragedie della seconda guerra mondiale e dalla Shoah generata dal razzismo e dalle persecuzioni contro gli ebrei e le minoranze etniche dei rom e degli zingari – colpevoli soltanto e proprio della condizione d’essere nati ebrei, rom e zingari di cui si rese responsabile e artefice la Germania nazista.  

Coloro che hanno modo di ri-scoprire   Etty Hillesum, attraverso il caleidoscopio delle pagine del Diario e delle Lettere ne restano coinvolti e affascinati per la delicatezza dei sentimenti e dei pensieri. Ben significativa la valenza del giudizio di Papa Benedetto XVI nell’Udienza Generale del 13 febbraio 2013 …. “ Penso – dichiarò -anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa …..Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore…”

Il percorso della Mostra  si articola in tre fasi che rappresentano le  tappe del percorso di consapevolezza di Etty  che approda alla conciliazione con se stessa e apertura verso gli altri, con la forte e motivata attitudine di ascolto attivo, per recepirne bisogni e istanze.

I primi 12 pannelli della Mostra raffigurano immagini, dati storici e pagine del Diario.

Il pubblico viene introdotto nella seconda fase con un Laboratorio sensoriale che attraverso l’utilizzo dell’olfatto e dell’ascolto di sé viene invitato a mettersi in contatto con se stessi e in ascolto della voce narrante di alcune pagine salienti del Diario di Etty.

Il terzo step della Mostra fa “ripercorrere” i pannelli che illustrano il rapporto che Etty ha costruito con Dio, con gli amici e con il tutto. In questa fase Etty termina di scrivere il Diario e scrive le Lettere agli amici; un racconto, quelle delle Lettere, in cui riporta le descrizioni del Campo di Westerbork, il Campo di transito che “ospita” i deportati olandesi, per essere avviati  al Campo dei forni crematori e delle camere a gas operante come fabbrica di morte super-efficiente  ad Auschwitz, in Polonia. Un racconto intessuto di descrizioni dettagliate di coloro che venivano avviati al destino di morte, vittime sacrificali di una violenza cieca. Ed è impressionante la scrittura di Etty nel fissare in ogni situazione barlumi di umanità.

L’itinerario della Mostra si chiude con il venticinquesimo pannello che riporta la cartolina che Etty scrive il 7 settembre 1943, quando lascia il Campo di transito di Westerbork  per il destino di morte, che l’attende …  

Etty lancia dal vagone del treno una lettera che dei contadini raccolgono e consegneranno alla sua amica Christine Van Nooten. In questa cartolina Etty  descrive l’improvvisa partenza per un ordine mandato al campo per lei e la sua famiglia direttamente dall’Aja: lasciano il campo cantando con i saluti “Arrivederci da noi quattro”.

E’ la scena, in cui i visitatori sono invitati a specchiarsi   viene loro dato in dono uno specchietto, su cui scriveranno il proprio nome. E’ lo specchietto che contiene l’invito a guardarsi dentro come ha fatto Etty, per incontrare l’umanità.

“Fare visita alla Mostra– dice la giovane l’avvocatessa Nunzia Coppola, impegnata nel sociale e nella civica amministrazione come consigliere comunale – è un dono che si fa a se stessi e alla memoria di tanti che sono stati strappati alla vita, ma è anche  un modo per ricordare le tante piccole Shoah che vivono persone come Mousta, artista di sabbia, proveniente dal deserto algerino che ha voluto conoscere una donna che ha vissuto ciò che oggi lui vive. Mousta– conclude Nunzia Coppola– durante il percorso ha vissuto forti emozioni e alla fine ha lasciato come dono la sua rappresentazione di Etty in un disegno che riporta il fiore Etty con colori e sfumatura diverse e sovrastante  l’incontro con Dio nell’abbraccio”.   

Un’eccellente iniziativa etica e culturale che arriva da Milano  e si deve ai curatori, guidati dal professore Gianni Mereghetti, realizzata, anche in video, con stretta collaborazione dei liceali della Fondazione del Sacro Cuore e degli studenti di tutte le Università della città meneghina.

di Geo

Capitale italiana della Cultura, edizione 2021. Capaccio-Paestum, Castellammare di Stabia, Giffoni Valle Piana, Padula, Procida e Teggiano candidate all’ambita investitura: Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella inaugura domenica Parma2020

Matera ha vissuto il 2019 all’insegna della straordinaria esperienza di Capitale europea per la Cultura,  cedendo il testimone per il 2020 a Galway in Irlanda e a  Fiume, in lingua croata Rijeka, che s’affaccia sull’Adriatico nel cuore del Quarnaro, modello di città cosmopolita e plurietnica per antonomasia con un ragguardevole patrimonio di memorie storiche per lo più ancorate alla Mitteleuropa asburgica, specie sul versante delle relazioni con l’Ungheria, senza dire del fascino delle bellezze paesaggistiche e naturalistiche, che la rendono uno dei maggiori poli attrattivi dei flussi turistici europei. 

In stretta analogia e correlazione,  con le importanti e significative ricadute in positivo che per la “Città dei sassi” ha rappresentato nella dimensione europea l’anno appena trascorso, sia in termini di riscoperta che di ribalta internazionale, Parma si appresta, intanto, a vivere il 2020 all’insegna della Capitale italiana della Cultura, con un palinsesto composto da 500, tra eventi e manifestazioni di alto profilo, con l’attivo coinvolgimento delle associazioni, onorando e facendo conoscere al meglio e compiutamente il ricco patrimonio umano e artistico che vanta la città, tra le più evolute nel panorama nazionale ed europeo per la qualità di vita e le opportunità di crescita civile che offre. E’ una città- va evidenziato- che investe nove milioni di euro, in media annua, per gli avvenimenti d’interresse sociale e culturale, con larga partecipazione di attori privati  per una quota d’intervento economico che supera i cinque milioni. E con Parma l’obiettivo è  aperto su Piacenza e Reggio Emilia, in grado di fare sistema territoriale, dalla cultura all’enogastronomia.

La cultura batte il tempo è filo conduttore del palinsesto di Parma2020. E’ il tema che focalizza, da un lato, il senso dello scorrere del tempo e, dall’altro, l’esigenza di proporre un modello urbano di città e uno stile di vita che rendano l’uomo libero dalla pressione che proprio lo scorrere del tempo, incalzante e veloce, esercita nella quotidianità del vivere. E domenica, alle ore 12,00 al Teatro regio, cerimonia istituzionale di Parma2020, con ospite d’onore il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in serata assisterà alla “prima” della Turandot di Giacomo Puccini.  

E con Parma che si fregia dell’investitura di  Capitale italiana della Cultura per l’anno in corso, è stato già diffuso il bando concorsuale di partecipazione per il 2021, secondo le disposizioni della legge Art bonus del 2014, messa a punto e proposta  dal Ministro per i beni, le attività culturali e il turismo,Dario Franceschini. Paese. Alla scadenza dei termini sono 44, le città italiane che hanno risposto al bando. 

Per la Campania, in competizione sei città, che si citano in ordine alfabetico, CapaccioPaestum, Castellammare di Stabia, GiffoniValle Piana, Padula, Procida e Teggiano; un ricco e  variegato panorama di sistemi urbani e  realtà socio-territoriali con cospicui patrimoni storico-archeologici e artistici, oltre che naturalistici e paesaggistici da esibire, vere e proprie credenziali di interessante e solido profilo, per poter competere alla pari con le altre città aspiranti all’investitura del riconoscimento di Capitale italiana della Cultura. Un’ investitura che genera per se stessa effetti a raggiera in termini di promozione e sviluppo turistico, per un importante opportunità di riscoperta e di valorizzazione dei territori che ne saranno gratificati. E tra le candidature spiccano quelle di Genova e de LAquila.

I dossier con progetti e programmi di manifestazioni ed iniziative, comprese le audizioni dei soggetti proponenti, saranno vagliati dalla competente commissione e la prima scrematura si registrerà il 30 aprile, quando sarà reso ufficiale l’elenco ufficiali dei primi dieci Comuni finalisti. Il successivo esame delle proposte progettuali permetterà alla commissione entro il 10 giugno di comunicare al Ministero dei beni e attività culturali la candidatura della selezionata, da insignire del titolo di Capitale italiana della cultura 2021, con provvedimento ufficiale del Consiglio dei Ministri. Considerevole la dotazione economica riconosciuta alla città prescelta. E’ pari ad un milione di euro, quale investimento di supporto all’attuazione del programma degli eventi presentato.    

di Geo

Gallo di Comiziano. Coinvolgente performance del Presepe vivente con protagonisti: Pullecenella, San Gennaro, San Nicola, il Cantastorie e centinaia di figuranti

E’ stata una straordinaria esperienza, e ancor più gratificanti sono state la risposta partecipativa e le generali valutazioni di plauso e consenso dei tanti visitatori che hanno vissuto la narrazione della Natività di Gesù sul palcoscenico del centro storico di Comiziano, di cui Gallo è simbolo ed emblema- dice Teresa Tortora, la giovane presidente della Pro Loco cittadina, promotrice ed organizzatrice d’ ‘O Presepee Pullecenella  approdato alla quindicesima edizione- facendo da suggestiva e coinvolgente ambientazione per un’emozionante e  significativa espressione di Teatro popolare en plein air.

L’impegno e il lavoro di preparazione profusi per tanti mesi sono stati premiati, rendendo onore all’intera comunità mobilitata per il buon esito della rappresentazione. Credo- sottolinea Teresa Tortora– che la lezione di Lina Wertmuller – regista tra le più brillanti ed originali nel proporre cinema d’autore e di costume- sia ormai  l’ elemento largamente recepito e condiviso da tutti gli interpreti e figuranti che vengono animando il Presepe vivente fin dalla prima edizione del 2005. E’ la lezione per la quale il senso del racconto della Natività di Gesù non si risolve nella sua statica contemplazione, ma si ravviva anche e soprattutto se viene correlato con dati di criticità  e situazioni problematiche del tempo presente, quasi per interfacciarlo con la realtà. E’ il modo più efficace per far conoscere il messaggio cristiano nella quotidianità”.

O Presepee Pullecenella– che da quindici anni va in scena a Gallo–  alla luce delle spettacolari performance realizzate  è ormai diventato un Classico segnatamente nell’area nolana, catalizzando anche  gli interessi dei tanti che nell’area metropolitana di Napoli sono veri cultori del Teatro popolare e delle rappresentazioni della Natività. E la conferma, con presenze superiori ad ogni più ottimistica previsione, si è registrata nelle due giornate dedicate al Classico per l’edizione su cui è appena calato il sipario, ispirata in ampia misura alla matrice dei maggiori autori  della tradizione letteraria e teatrale napoletana del ‘700  e dell’ 800, specie per la rigorosa selezione dei testi da recitare. Un utile e importante lavoro filologico. 

Confermato l’impianto scenico, che scivola lungo via Raffaele Napolitano, a cui fanno ala i palazzi otto \ novecenteschi che conservano in larga parte l’originaria fisionomia di buona e solida architettura rurale, con alti e bei portali; e sono proprio le spaziose corti e i bei cortili in pavimentazione di pregiata pietra vulcanica bianca,a far da sfondo ai quadri tematici della narrazione ravvivati da musica, balli, canti e recitazioni di centinaia di figuranti in sgargianti e variopinti costumi sette \ottocenteschi. Una filiera di quadri legati alla tradizione che variano di edizione in edizione, così come sono mutevoli, a maggior ragione, quelli connessi con l’attualità. E per l’edizione conclusa da qualche giorno, a  catalizzare l’attenzione dei visitatori- ammessi nelle corti e nei cortili per scaglioni per la soglia non superiore ai trenta- erano i quadri interpretati dai contadini e dai pastori, toccando l’apice scenografico e interpretativo con il quadro dedicato alla Natività, mentre le problematiche d’attualità era in rassegna con i quadri  ispirati alla ruota degli esposti,al matrimonio e al dramma dei flussi degli emigranti dall’Africa nell’Europa comunitaria.   

A far da guide narranti, Pullecenella, interpretato con verve da Sergio Spampanato, che cura con grande passione e bello stile la regia dell’evento fin dalla prima edizione,San Gennaro e San Nicola patrono della comunità locale- particolarmente venerati nelle regioni del Sud e rappresentativi della Cristianità delle origini- interpretati da Francesco Ruotolo e da Angelo Aliperti. Il sigillo alla rappresentazione era impresso dal  Cantastorie -interpretato da Gennaro Sposito– con il monito e l’appello ad evitare le trappole non solo del consumismo e dell’affannosa ricerca della ricchezza, ma anche del sempre più diffuso costume sociale, per il quale l’apparire emargina e nullifica  i valori autentici della vita e della solidarietà.

di Geo (Foto di Michele Miele)

Annino De Rosa e il filo diretto tra il Baiano calcio e il Torino

“Tifoso” storico del Toro, è un’”Istituzione” calcistica che, forse, dice poco- o quasi poco- alle nuove generazioni che nella piccola comunità locale seguono le vicende sportive in genere e del “ Cerbiatto” in particolare, ma che conserva inalterata la sua passione per il club del Grande Torino, la cui epopea negli anni del secondo dopo-guerra mondiale è tra le più splendide e magnifiche pagine della storia dello sport italiano. Un’“Istituzione” incarnata da Annino De Rosa, che … viaggia verso gli 80 anni e che, sebbene costretto a restare in casa, vive sempre con intensità forte la passione di inossidabile “torinista”. Una passione, associata in modo particolare a quella per il Baiano che furoreggiò lungo la traiettoria che cominciò a correre dal biennio 1944\1945 – l’anno delle gagliarde e vibranti partite con le rappresentative delle truppe inglesi, con prevalente contingente scozzese, acquartierate nell’area del Fusaro, ad Avella,  mentre gli ufficiali alloggiavano  nel palazzo di “don” Pietro Boccieri, uomo dabbene e signorile, ’ncoppa ’a Teglia, ’nanze ’a Marunnella e, nell’allora strada interpoderale di via Olmo, il “Bellofatto” era delimitato da semplici staccionate in legno di castagno, per separare il pubblico sempre folto, ben pronto, però, all’ immancabile ”invasione di campo” se le cose … non filavano per il verso favorevole ai propri beniamini in casacca granata, e i giocatori – per protrarsi fino  agli anni ‘70\’80.      

    Una traiettoria che Annino   ha seguito da inveterato “tifoso” dell’eclettico Baiano\Cerbitatto, collezionando le pagine sportive de “Il Mattino” e del “Roma”, del  “Corriere dello Sport” e dei settimanali regionali ad alta tiratura quali erano Lo Sport del Mezzogiorno e SportSud che con la direzione di Gino Palumbo innovò profondamente grafica, impaginazione e intitolazione, facendo testo per la stampa nazionale. Era la collezione delle pagine di cronaca che raccontavano il Baiano\Cerbiatto sotto tutte le angolature possibili e che per Annino erano- e sono-uno scrigno di … gemme. Ma Annino, al contempo, collezionava- come ancora colleziona- la “Bibbia” dei “torinisti a denominazione d’origine controllata”, qual è Tuttosport, oltre che  La Gazzetta dello Sport” e quel pregevole ed ineguagliato rotocalco qual è stato “Il Calcio Illustrato”. Una forma di contrappunto per seguire da … vicino il Torino, così come si dedicava al “suo” Baiano. Due passioni, due amori, attraversati e ravvivati dal Granata, simbolica espressione di spirito agonistico indomito e indomabile.

    E, per salutare il passaggio del testimone del 2019 al 2020, Annino ha diffuso la classica locandina di buon augurio nei Circoli e locali di ritrovo cittadini e, neanche a dirlo, della vicina Casamarciano che ha sempre frequentato per rapporti parentali e amicali. Una locandina,in cui campeggiano due parole-chiave: cuore e fede. Sono parole-chiave schiette e semplici dell’amore per lo sport e per il calcio dei tempi andati, quando i giocatori del Baiano ricevevano dalla “società” la maglia di squadra, tassativamente granata, e per il resto del corredo atletico provvedevano a proprie spese, nello spirito del dilettantismo più genuino e verace,  e quando il Torino, pur nell’orbita del professionismo, nell’immaginario collettivo era pur sempre la squadraoperaia per antonomasia, in antitesi alla …”padronale” Juventus, ma soprattutto erede del Grande Torino, la cui favola si concluse il 4 maggio del 1949 con lo schianto dell’aereo sulla collina di Superga. Era l’aereo, su cui viaggiavano gli Invincibili granata di ritorno nel capoluogo piemontese, dopo la partita in amichevole con il Benfica, in Portogallo.

    Una tragedia, che Annino De Rosa per anni ha avuto cura di far commemorare con la celebrazione eucaristica nella Chiesa di Santa Croce. E  tra gli sfilacciati ricordi fanciulleschi di chi scrive queste noterelle, c’è quello della Messa di commemorazione fatta celebrare- qualche settimana dopo il disastro- a cura dell’ Ac Baiano proprio nella Chiesa Madre. La celebrazione fu officiata dal Rettore, don Ciccio Napolitano, in un’atmosfera di calda commozione, con la Chiesa Madre cittadina letteralmente gremita fedeli. Tutti i giocatori del Baiano, di prima squadra e delle formazioni giovanili, indossavano la casacca granata. E, a rito sacro concluso, un lungo corteo raggiunse il sito del Monumento dei Caduti in Guerra in piazza Francesco Napolitano, per deporre un grande corona d’alloro e fasci di rose rosse. Un atto d’omaggio dovuto e doveroso, verso lo spirito di rinascita rappresentato dalle imprese del Grande Torino, che rinfrancavano l’Italia uscita dalle brume e dalle tristi atrocità e devastazioni della guerra.

di Geo

Gaetano Manfredi, Ministro dell’Università e della Ricerca

Ela prima personalità dell’area nolana che assurge al rango prestigioso di uomo di governo nazionale. Una scelta compiuta dal premier Giuseppe Conte, dopo le dimissioni rassegnate dal Ministro Lorenzo Fioramonti. Rettore della Federico II e presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane, Manfredi vanta un curriculum tecnico-scientifico di assoluto prestigio e valore. Attivo e presente nelle realtà territoriali, conosce a fondo le problematiche dell’Università e  le istanze del mondo giovanile e del Sud. Un profilo di alta affidabilità, che deriva dalle esperienze dirette nell’esercizio della docenza, del Rettorato e della presidenza della Conferenza dei rettori delle Università italiane.

Un uomo giusto, al posto giusto, nel momento opportuno. Il modo di dire, per connotare la portata e la validità di una scelta adeguata e ben calibrata nella generale condivisione di giudizio, calza in pieno e al meglio per Gaetano Manfredi, a cui il premier Giuseppe Conte ha conferito  l’incarico di Ministro dell’Università e della Ricerca scientifica, dopo le dimissioni rassegnate dal Ministro Lorenzo Fioramonti. Una scelta, che coincide con una fase delicata e difficile della politica nazionale, in cui si innestano le gravi e profonde problematiche da cui sono attraversati il sistemascuola, in generale, e il sistemaUniversità, in particolare, da anni in grande affanno nell’allinearsi, per didattica e metodologia, alle dinamiche dell’evoluzione tecnologica e della rivoluzione digitale; problematiche, ad alto tasso di difficoltà da superare, per una scalata da ardua da affrontare, ma non impossibile da superare e che richiedono soluzioni organiche e strutturate non più differibili, al cui centro sia l’ancoraggio al primato delle conoscenze e dei meriti nel farle dispiegare per l’evoluzione e il progresso civile. E saranno le  soluzioni incardinate nel merito a plasmare il presente e, più ancora, il futuro delle giovani generazioni e del Bel Paese nelle sempre più complesse e variegate articolazioni a rete della società mondializzata, che vive d’innovazione permanente e non conosce né ri-conosce  steccati e frontiere geo-politiche di stampo otto-novecentesco.

Manfredi – ha superato da poco  la soglia dei 55 anni – è uomo di profonda cultura tecno-scientifica, con spiccato interesse e viva attenzione per gli orizzonti di quell’umanesimo liberal-democratico che promuove la dignità della persone nella diffusione dei saperi e nella società aperta; la sua è una formazione che si è venuta sviluppando e maturando all’interno dell’Università, segnatamente nelle aule della Facoltà d’Ingegneria e del Politecnico della Federico II, per dilatarsi ed arricchirsi di prospettive ed esperienze nell’esercizio sia della docenza per la cattedra di Tecnica delle Costruzioni sia del Rettorato della Federiciana che della presidenza della Conferenza delle Università italiane, che il grande osservatorio-radar che dà il quadro reale delle condizioni degli Atenei e delle loro esigenze, per stare al passo con i tempi. Un passo, in cui conta ed ha un particolare peso specifico il valore della competitività nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica veicolate dalla globalizzazione.

Calato e ben attivo nelle realtà sociali dei territori – risale al 19 ottobre scorso la Lectio magistralis che sviluppò a Baiano, con larga partecipazione di pubblico nell’Auditorium della Scuola media del “Giovanni XXIII” a conclusione del Viaggio nella Costituzione, promosso dal Circolo culturale L’Incontro – Gaetano Manfredi conosce a fondo le istanze e i bisogni dei giovani e del Sud. Una conoscenza, di cui ha dato – e dà – significative testimonianze sul versante della progettualità e dell’operosità pragmatica, che corrispondono al modo più fattivo e intelligente di dare risposte reali e di prospettiva a tutto ciò che i giovani chiedono per essere protagonisti delle loro scelte di vita e di concorrere in positivo alla costruzione della società.

In questo quadro, assume rilevanza il ruolo che il neo-Ministro ha svolto – in sintonia con tutte le Istituzioni interessate – nel promuovere la realizzazione del Polo tecnoscientifico della Federico II a San Giovanni a Teduccio. Una realtà, a cui si connette il varo della prima Scuola europea per sviluppatori di app in partnership con Apple il colosso tecnologico di Cupertino; sono dati basilari e fondamentali – non i soli e gli unici – che spiegano, tra l’altro, la rigenerazione sociale, economica e produttiva dell’importante quartiere napoletano, in cui il dinamismo delle articolazioni pubbliche della Federiciana incrociano quello delle grandi multinazionali tecnologiche. Come dire studio, competenze e opportunità di lavoro. Una visione strategica, a cui va collegato il progetto di  costituire nel Sud una Scuola di alta specializzazione sul modello della Normale di Pisa. Un percorso variamente osteggiato da chiusure accademiche e insensati pre-giudizi politici ed amministrativi di matrice pisana; progetto, che, tuttavia, ha imboccato l’itinerario voluto, con l’avvio della sperimentazione, con l’anno accademico appena iniziato, della Scuola superiore di alta formazione – incardinata nella Federico II – frequentata dalle eccellenze delle nuove generazioni del Sud, espresse  dalla rigorosa selezione per esami e titoli.

Tre elementi – quelli focalizzati – che comprovano la bontà della scelta fatta dal premier Conte, dando riconoscimento al nesso che intercorre tra la teoria, la progettualità e la tecnica del fare. E il neo-Ministro Gaetano Manfredi di tale riconoscimento è un interprete pieno e autorevole, in termini di pura e semplice oggettività.

di Geo

Baiano. Mai d’Argento 2019\2020: presentata la quarta edizione del Premio “Galante Colucci”

Larga e ben significativa partecipazione delle rappresentanze istituzionali, del mondo della Scuola e dell’associazionismo del volontariato civico e delle Pro Loco del territorio dell’ Unione intercomunale dellAlto Clanio,  per la presentazione ufficiale – a Baiano, nell’Auditorium della Scuola media dell’istituto comprensivo “Giovanni XXIII”- della quarta edizione del Concorso di idee per l’assegnazione dei Mai dArgento in dotazione del Premio “Galante Colucci” per il biennio 2019\2020.

Al centro del Concorso di idee, i temi delle gastronomie del Sud del Mondo per la sana alimentazione e la tutela del pianeta-Terra; l’ economia del legno nella storia dei Comuni della fascia pedemontana del Partenio e  le prospettive dei nostri giorni per le applicazioni del legno sia nelle molteplici attività produttive e industriali che nella domotica;  il castagno, l’albero del pane nella storia alimentare dell’umanità ed elemento arboreo largamente diffuso nei boschi dell’Irpinia, di cui veicola notevoli opportunità di lavoro e impresa per l’economia produttiva. Chiamate ad essere protagoniste del Concorso non sono solo le giovani generazioni delle Scuole del territorio, ma anche tutti gli amanti dell’antico e popolare culto arboreo dei Mai, particolarmente diffuso nell’area mediterranea. E vba evidenziato nelle edizioni finora svoltesi nell’Albo d’onore e partecipazione del “Colucci” figurano 700 elaborati e produzioni

Il Concorso impegna i partecipanti -con libera scelta di argomenti- nella produzione, di video, docufilm, reportage, saggi giornalistici, composizioni graficopittoriche, manufatti di cartapesta, sculture lignee, poesie; produzione connessa con il ciclo delle Feste dei Mai che, a cavallo del biennio di riferimento, si celebrano a Sirignano, Baiano,Avella,Mugnano del Cardinale, Quadrelle e Sirignano. La matrice ispiratrice dei moduli tematici scelti dal Comitato scientifico del “Colucci” coniuga la stretta correlazione e la piena reversibilità tra la salvaguardia della Terra, la Casa dellumanità, e la sana alimentazione connessa con la salvaguardia della biodiversità. Sono percorsi paralleli, di cui la bussola d’orientamento è data dalla funzione vitale delle gastronomie  che si praticano nel Sud del Mondo, nella cui mappa primeggiano l’ Africa occidentale, l’ America latina, varie aree dell’Asia e i Paesi della Dieta mediterranea , secondo la “Carta” stilata dal WWF; “Carta”, che contempla i 50  prodotti agricoli basilari e irrinunciabili per la sana alimentazione dell’umanità, che si avvia superare la soglia dei sette miliardi di abitanti e per garantire il futuro sostenibile della Terra le cui risorse sono limitate e non sono affatto funzionali allo sviluppo \ con consumi indefiniti e indefinibili. E’ la sostenibilità, a cui scienza e tecnologia a servizio della vita sono, tuttavia, in grado di assicurare ampi supporti.

Nella presentazione del Concorso di idee– coordinata da Giusy De Laurentiis e Carlo Melissa–  significativa e articolata la  gamma degli interventi sviluppata dai sindaci Enrico Montanaro e Marco Santo Alaia, dall’assessora Santina Cerbone, in rappresentanza del sindaco di Avella, Domenico Biancardi, di Mauro Cuomo, presidente della Pro Loco e in rappresentanza del sindaco di Mugnano del Cardinale, il dottor Alessandro Napolitano. Di rilievo le riflessioni dei professori Vincenzo Serpico, Vincenzo Gagliotta, e della professoressa Luigia Conte, dirigenti  scolastici degli Istituti comprensivi di Baiano\Sperone, Avella, Mugnano del Cardinale\Sirignano\Quadrelle. Incisive ed efficaci le …  provocazioni progettuali dei presidenti delle Pro Loco di Avella e Baiano, Pietro Luciano e Felice DAnna. Interessante il quadro della castanicoltura del territorio e della Campania, focalizzato dal giovane Angelo Pedalino, dottore agronomo e attivamente impegnato negli studi ricerca scientifica nell’Istituto del Cnr di Portici.

di Geo (Foto di Carmine Montella)

Baiano. I Gruppi delle armi ad avancarica e la giostra del Maio: spettacolari performance tra squilli di chiarine e rulli di tamburi. Con la festività di Santa Lucia, si rinnova la devozione delle “Messe ‘notte”

Erano davvero insoliti e gradevoli gli scenari offerti  dalle balconate e dalle finestre dei palazzi che si affacciano su corso Garibaldi, imbandierate di vessilli e festoni in giallo e rosso, i colori dell’energia del Sole e della Conoscenza che affranca dalla schiavitù della volontaria ignoranza, da un verso, e dell’ energia mentale e dell’ umana tenacia, dall’altro;  colorialfa, con i quali si identifica il Maio, simbolo del mito che si rinnova di anno in anno con i ciclici festeggiamenti che da novembre a febbraio segnano il territorio dell’ Unione intercomunale dellAlto Clanio. E’il mito che rende onore all’albero e alla cultura della vita che rappresenta per il pianetaTerra e tutte le  specie viventi che vi albergano.

Una giornata ben soleggiata, quella della domenica  che il mondo cristiano dedica alla venerazione dell’Immacolata concezione, ma vissuta dalla  comunità cittadina in modo del tutto speciale, con la calda ed entusiasta accoglienza riservata ai Gruppi folcloristici delle armi ad avancarica della Campania e del Molise che per la prima volta si sono ritrovati, a Baiano, per splendidi incontri e convergenze ravvicinate. Una contaminazione straordinaria e diffusa di sacro e profano, ma anche di distinte tradizioni e identità popolari, veicolate dai prestigiosi Trombonieri di Sant’ Anna, provenienti da Cava dei Tirreni, insieme con i Fucilieri di San Nicola, provenienti da San Giuliano, piccolo e caratteristico Comune del Molise, e con  gli eclettici Sbandieratori e Musici acrobatici  di Altavilla Irpina,  l’ Antico gruppo avancarica baianese e la Carabina

In mattinata, erano protagonisti della sfilata lungo corso Garibaldi  e delle performance di spari a salve di carabine e tromboni rivolti in basso o verso la bronzea aquila svettante  sul Monumento dei Caduti in guerra, mentre di pomeriggio e fino a sera  piazza Francesco Napolitano veniva trasformata  nel palcoscenico delle loro spettacolari  esibizioni, attraversate dall’acre e pungente odore della  polvere da sparo dispersa in aria dai colpi esplosi da carabine, schioppi  e fucili verso il cielo; esibizioni, magicamente ingentilite e ravvivate dalle piacevoli armonie delle squillanti chiarine e dei rulli dei tamburi, in sintonia con i passi cadenzati dei trombonieri e fucilieri – tutti impettiti nei loro costumi d’epoca indefinibile e incerta, ma di sicura fattura più o meno guascona, con colori  sgargianti e cappelli a forma conica di larga falda, impennacchiati da bianche piume al vento- a seconda delle posizioni geometriche e delle coreografie che gradualmente venivano disegnando sui “sampietrini” della piazza, con il prezioso racconto illustrativo, reso dalla voce narrante di Giusy De Laurentiis.

Una giostra emozionante e coinvolgente  di buon livello qualitativo, con il bel tocco di classe costituito in assoluto dalle compatte e geometriche figurazioni sciorinate dai  Trombonieri di Sant’Anna  tra gli applausi del pubblico, senza dire delle funamboliche … acrobazie degli Sbandieratori e Musici altavillesi; una giostra, promossa e ben organizzata dal Comitato -presieduto dall’imprenditore Salvatore Masucci– rappresentativo delle associazioni coinvolte nell’organizzazione dell’evento-clou del 25 dicembre, con il supporto economico assicurato dall’amministrazione comunale. E, a completarne le valenze attrattive, spiccava il dovizioso  prospetto informativo fornito dalla Mostra sulle armi ad avancarica, allestita nelle Sale dell’ex sede dell’ Associazione dei reduci di guerra. Un tuffo nella storia  e nelle modalità tecniche con cui si realizzavano i loro prototipi che appartengono all’archeologia dei sistemi d’arma e che si … replicano  su commissione e soltanto in forme di riproduzioni. Un’operazione d’interesse conoscitivo che di deve a Stefano Lippiello, armaiolo di lungo corso e grande passione.

… E dopo la Grande scelta  nei boschi d’Arciano compiuta il 24 novembre, la presentazione dei Mai d’Argento del 7 dicembre e la Giostra … dell’avancarica del Giorno dell’ Immacolata, e restano ancora da scrivere varie altre pagine nel Diario aperto del Natale cittadino, versione 2019  … mentre è in dirittura d’arrivo l’itinerario devozionale delle Messee notte che da domani- 13 dicembre con la festività dedicata a Santa Lucia– si officeranno sul far dell’alba, secondo le usanze della cultura contadina dei tempi andati, e fino alla giornata della Natività di Gesù, nel Santuario di Santo Stefano, patrono della comunità e protomartire della cristianità.

di Geo (Foto di Carmine Montella)

Avellino. Pietro Foglia, politico del dialogo e del fare: servire le comunità nella prospettiva della crescita civile

Grande partecipazione alla cerimonia d’intitolazione della Sala del Consiglio provinciale di palazzo Caracciolo alla sua testimonianza di attivo impegno civile.

Un tributo di unanime e schietto riconoscimento umano e sociale, senza svolazzi d’inutile e banale retorica, nel rivisitare la dimensione più autentica e veritiera possibile di Pietro Foglia, politico e uomo delle istituzioni; dimensione che ha vissuto con calda passione, sicura caratura culturale, e con tanta curiosità e amore di conoscenza, coniugandola  con quella dell’attività professionale di ingegnere sia nei Centri di progettazione di aziende aeronautiche internazionali – con importanti e proficue esperienze maturate anche negli States – sia nei ruoli dirigenziali esercitati con rigore e da affidabile  civil servant  nelle articolazioni territoriali della Cassa del Mezzogiorno, diventata Agensud, segnatamente nella programmazione degli interventi di ricostruzione abitativa e per gli insediamenti produttivi in Irpinia negli anni del dopo-terremoto dell’ 80 . Due dimensioni correlate, in cui era fervidamente calato, vivendole in pieno con intensità d’impegno e studio, per puntare sull’agire  efficace e con coerenza di metodo verso gli obiettivi prefigurati. 

Un tributo meritato reso a Pietro Foglia,  ch’è stato presidente del Consiglio regionale della Campania, per la cerimonia d’intitolazione alla sua memoria della Sala del Consiglio provinciale di Avellino, a palazzo Caracciolo; cerimonia per il cui svolgimento s’è reso necessario l’utilizzo della Sala “Giovanni Grasso” per la grande e commossa partecipazione di familiari, con la moglie Lucia e le figlie Amalia e Antonia, amici, tanti sindaci ed amministratori dei Comuni d’Irpinia e rappresentanze istituzionali, tra cui il presidente del Consiglio regionale, Rosetta DAmelio, i consiglieri regionali Stefano Caldoro, Maurizio Petracca, Pasquale Sommese e consiglieri provinciali, tra cui  Caterina Lengua, Rosanna Repole e Franco Di Cecilia.

La politica dell’ascolto e dell’equilibrio

A introdurre e  coordinare la cerimonia, il presidente della provincia, l’avvocato Domenico Biancardi, sindaco di Avella, profondamente legato a Foglia da vincoli di fraterna amicizia e dalla comune visione della politica senza steccati e pregiudizi di appartenenza, ma attenta alla soluzione dei problemi reali delle comunità e dei territori; politica che si fa riferimento sociale, vivendo di capacità di ascolto e d’interpretazione di bisogni reali e diffusi, a cui dare risposte con scelte ponderate per il presente e di prospettiva per il futuro. Una comunanza di pensare e sentire- per Biancardi– derivante dalle stesse esperienze di amministratori locali, tenendo presente che Foglia è stato, prima, consigliere comunale di minoranza in rappresentanza della Dc e, poi, sindaco di Baiano.

Palesemente commosso, Biancardi, per rappresentare lo spirito d’equilibrio, con cui Foglia interpretava e viveva le funzioni istituzionali, raccontava l’aneddoto del “Presepe”, ricordando la vicenda della programmazione delle politiche per la promozione turistica dei territori, con il riparto dei finanziamenti pubblici del relativo sostegno per le iniziative e manifestazioni da realizzare; programmazione da mettere a punto in Consiglio regionale e per la quale i sindaci dei territori e delle città della Campania con maggiore e ben collaudato appeal, come Pompei, Ercolano, Caserta, SalernoNapoli facendo valere le proprie istanze erano … riusciti, tassello dopo tassello, ad accaparrarsi quasi l’intera dotazione delle risorse economiche disponibili. E il tutto accadeva, mentre  Biancardi, per quanto “insofferente” nel vedere scemare sempre di più le aspettative di Avella e dell’Irpinia,  veniva tenuto a … freno – nelle rimostranze che a più riprese aveva tentato di fare- proprio dal presidente Foglia, che, a discussione quasi conclusa e con il riparto ormai evaporato, lasciando l’intera Irpinia con le pive nel sacco, tirò fuori – tra il brusco e il lusco, come dire tra il serio e il faceto- la storia del Presepe.

E’ la storia- fece rilevare- per la quale le anime e gli interpreti del Presepe non sono soltanto Gesù, Giuseppe e Maria, ai quali va tanta venerazione e  incommensurabile rispetto, ma anche tanti altri personaggi che ravvivano e rendono degna del significato comunitario che le è peculiare  l’intera scenografia del Presepe. Sono i personaggi, senza i quali il Presepe è –  concluse Foglia, nel vivo ricordo di Biancardi– un insieme … vuoto. L’antifona era chiara, il messaggio eloquente. Risultato: il ribaltamento delle … pedine che già occupavano lo scacchiere, per realizzare, invece, un riparto più equo e attento a tutti i territori della Campania, senza figli “vinciuti”, secondo il linguaggio nostrano, e “vincenti”, da un lato, e  figliastri … i vinti per sempre, dall’altro.

Dall’on.le Stefano Caldoro, già presidente della Regione – Campania, di Pietro Foglia era tracciato,invece, il profilo dell’uomo con spiccato senso delle Istituzioni, scrupoloso nello studio delle problematiche e nella progettualità di risoluzione,facendo leva su valide e qualificate competenze tecnico-amministrative e giuridiche e legali, avvalendosi del pragmatismo e dell’autorevolezza che lo connotavano. E si ricorderà che con Caldoro presidente, Foglia ha presieduto la commissione regionale per le politiche agrarie, prima di approdare alla presidenza del Consiglio regionale.

Intimo e familiare, era il quadro  che di Pietro Foglia, padre affettuoso e protettivo, delineava la figlia, Amalia, che nel volto tanto ricorda l’ovale della nonna materna,  donna Amalia, affabile, laboriosa e cortese. Una calda e commossa testimonianza, per sottolineare l’amore che il padre- di cui segue la scia nella professione di ingegnere- aveva per la “sua” Baiano, in cui sono saldamente ancorate le radici della famiglia Foglia, con l’avo Geremia Foglia , primo sindaco di Baiano nell’ Italia dell’Unità nazionale.

di Geo

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