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BAIANO. I LIMITI DELLA POLITICA MONETARIA E L’INTEGRAZIONE INCOMPIUTA NELL’U.E.

Nel Circolo socio-culturale de “L’Incontro” conferenza del dottor Stefano Sgambati, ricercatore universitario,conferenza sulla realtà comunitaria, segnata da complesse problematiche economiche, derivate dall’avversa congiuntura internazionale degli ultimi anni. Articolato ed approfondito dibattito sull’euroscetticismo, sul fiscal compact e sulla rinegoziazione dei trattati, sulle politiche energetiche e sugli obiettivi delle politiche fiscali di coesione, che siano funzionali alla prospettiva più ravvicinata possibile della costituzione degli Stati Uniti d’Europa.

Il percorso prende le mosse nel 1951 con la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. E’ la prima scelta di politica di attiva cooperazione e coesione internazionale, che si realizza nell’Europa occidentale e mediterranea al di qua dell’area egemonizzata dal dirigismo statalista e dei modelli di pianificazione quinquennale del sistema economico dell’Urss.

E’ la scelta, che concerne settori di vitale e strategia importanza per lo sviluppo dell’economia industriale, in virtù delle volontà dei governi di Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e dell’allora Germania federale dell’Ovest. Nel 1957 sono siglati, nella sala del Campidoglio a Roma, i trattati, che istituiscono la Comunità economica europea e la Comunità europea per l’energia atomica. Due passaggi fondamentali, per formano la piattaforma dell’attuale Unione europea, che si è venuta strutturando e configurando attraverso altri significativi “punti di svolta”, come quelli del Mercato europeo comunitario, dell’Atto unico e del trattato di Maastricht per la libera circolazione di uomini, beni, servizi e merci, fino all’adozione della moneta unica. Una sequenza di tasselli, ispirati ed orientati da indirizzi filo-occidentali nell’area egemonizzata dalla politica degli Stati Uniti d’America, configurata con i profili dell’economia libera di mercato e dell’ economia sociale di mercato, in cui si saldano e si “dialettizzano” i canoni della teoria liberale e liberista di Adamo Smith e dei principi di Keynes.

E’, quello monetario, il sigillo di un processo di ampio respiro, in cui il progetto, avviato sul finire degli anni ’40 del secolo scorso e delineato da statisti di eccezionale lungimiranza e caratura politica, quali sono stati De Gasperi, Schuman, Spaak, Adenauer, e, sulla loro scia, Jean Monnet e Jacques Delors, si è sempre più consolidato nelle linee portanti tanto che il suo orizzonte, allo stato attuale, coincide con quello di 28 Paesi, in pratica la gran parte dell’Europa, fatta eccezione per la Federazione russa di Putin, i cui obiettivi politici sono sempre più marcatamente bi-focali, verso l’Europa e soprattutto verso l’area asiatica. E sono obiettivi, che ne connotano la dimensione in divenire di potenza politica, militare, economica, in funzione anche delle straordinarie ed ingenti disponibilità energetiche, di cui può fruire, segnatamente sul versante del gas naturale.

In quest’arco temporale, lo scenario geo-politico dell’Unione ha assunto una fisionomia meglio caratterizzata ed ”allargata”, in coincidenza con il simbolico crollo del Muro di Berlino, che ha sancito l’implosione del sistema europeo sovietizzato, destrutturando il bipolarismo Usa-Urss, formatosi con i trattati di pace del 1945. Un bipolarismo, ch’era “convissuto” con le dinamiche super-produttive e di tecnologia avanzata del Giappone, tra gli anni ’60 e gli anni ’70, per essere posto nei decenni successivi in difficoltà e sotto pressione dalla travolgente crescita produttiva ed economica delle “fabbriche” del mondo, costituite da Cina, India e Corea del Sud, a cui, più recentemente, si sono aggiunti il Brasile e il Sud Africa. E’ il quadro dell’internazionalizzazione dei mercati, in cui si incrociano e sovrappongono economia reale e speculazione finanziaria globalizzata. Ed è quest’ultima sfuggente, incontrollata ed incontrollabile da istituzioni sovranazionali, in grado di garantire quella congrua governance, che non condizioni né pregiudichi l’economia reale e produttiva nell’osservanza degli ordinamenti delle istituzioni sovranazionali stesse.

L’allargamento dell’area comunitaria e l’adozione dell’euro-moneta, però, non hanno determinato quello slancio necessario, ch’era necessario, per proiettare l’Unione verso lo stadio conclusivo della compiutezza reale del progetto, da cui sono derivate le sue coordinate evolutive; progetto da tradurre in integrazione politica, ch’è la vera chiave di volta della costituzione degli Stati Uniti d’ Europa. E i limiti del mancato approdo allo stadio finale del processo politico, intrapreso con i trattati del ’57, sono emersi nel contesto della crisi economica e finanziaria, che ha investito nel 2007 il sistema bancario statunitense, per riversarsi nell’ambito di Eurolandia, innescando dal 2008 in poi la perdurante congiunta sfavorevole, che ha generato recessione e ristagno, soprattutto per i Paesi dell’area mediterranea.

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E proprio i nodi della mancata integrazione politica, funzionale non solo alle ragioni irrinunciabili dell’omogeneità di coerenti politiche fiscali, ma anche e soprattutto alla coerenza della politica monetaria, in grado di garantire gli equilibri paritari e interni all’ Unione europea, sono stati i nuclei tematici della relazione, sviluppata dal dottor Stefano Sgambati, ricercatore universitario, nel Circolo socio-culturale de “L’Incontro” ed incentrata sul ruolo dell’euro nella realtà attuale e nelle prospettive comunitarie. E di passaggio va ricordato che ad ottobre, Sgambati parteciperà ad una delle sessioni della Conferenza internazionale di studi, in programma a Strasburgo, sulle tematiche di Sociologia dell’ economia in ambito comunitario.

Una lucida e articolata rivisitazione storicizzata dei processi economici dall’immediato dopo-guerra ad oggi, “letta” dall’angolatura visuale della politica dei governi italiani e dell’area comunitaria con capisaldi nei rapporti di cambio con il dollaro, prima ancorato all’oro, poi in libera fluttuazione valutaria, e, attualmente, all’euro, con sostanziale e crescente trazione tedesca. E l’ancoraggio all’euro, proiezione, per dir così, del super-marco è risultato penalizzante per le monete dei Paesi dell’Arco latino, con le correlate politiche della cosiddetta austerità sul piano della rilevanza economica; politiche di austerità, la cui valenza etica e civile è, tuttavia, innegabile, specie nelle ragioni che detta per il rispetto del denaro pubblico, fissando ed esigendo adeguati ed efficaci controlli, di cui sono chiamate ad assumere il carico di responsabilità le istituzioni statuali. Un versante, quest’ultimo, su cui per decenni sia la politica dei governi che l’intera struttura pubblica italiana hanno compiuto – e fatto compiere – magagne di ogni genere.

Al di là di questi aspetti, è certo che la posizione “vantaggiosa” assunta dalla Germania negli assetti comunitari costituisce un dato oggettivo, determinato e favorito dalle politiche di forte contenimento salariale, con ricadute conseguenti nei costi del lavoro, sviluppate dai governi tedeschi; politiche, rispondenti a livelli di produttività di beni, merci e servizi altamente competitivi, in grado di “conquistare” i mercati europei ed extra, fino ad attuare un sistema di piena occupazione, o quasi, senza dire della pratica dei “premi di produzione”, che con relativa frequenza fruiscono i lavoratori dei maggiori complessi industriali, particolarmente attivi nell’export. E non è casuale, d’altra parte, che Berlino, la capitale della Germania unificata sia la metropoli europea, che per la gamma delle opportunità lavorative che offre attiri di più i giovani del Vecchio continente, alla pari di Londra, metropoli da sempre cosmopolita. Una situazione, quella tedesca, favorita dalle politiche economiche e fiscali di larga coalizione nazionale e dal ruolo di co-gestione di responsabilità, esercitato dai sindacati nei cicli produttivi del sistema industriale.

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Diverse sono le condizioni in atto nella realtà italiana, la cui produttività- va evidenziato- almeno fino al decorso decennio è stata costantemente di buon livello, con la tenuta dell’industria manifatturiera e dell’intero sistema delle piccole e medie imprese. Una situazione, per la quale l’Italia ha saputo esercitare il ruolo di sempre, quale Paese esportatore. Poi, il mutamento, con il progressivo ristagno degli indici della produttività, a cui non s’è accompagnata la competitività per restare sui mercati; competitività, ch’è la risultante di molteplici fattori e variabili, ma soprattutto dell’innovazione tecnologica e dei costi del lavoro; costi,da rendere sostenibili per imprese e lavoratori senza la fiscalità oppressiva ed onerosa, così come è in vigore. L’innovazione non c’è stata né i carichi della fiscalità sono stati ridotti. Il conseguente e drastico ridimensionamento del rapporto produttività-competitività ha costituito – costituisce – la causa determinante, che ha inciso ed incide sul declino delle imprese italiane, comprimendole oltremisura, quando non le ha “cancellate” del tutto dal mercato. Il crescente indebitamento privato, che ha colpito le imprese irrimediabilmente, n’è lo specchio. Un’immagine di collasso generalizzato e fortemente deteriorata del sistema-Italia; immagine che si dilata, se connessa con lo spropositato indebitamento pubblico, fatto lievitare per decenni da politiche di spesa incontrollata e incontrollabile, per non dire del peso della perversa spirale della corruzione pubblica senza limiti, in cui giostrano …indisturbati corrotti e corruttori, anche se l’enfasi della “voce comune”, veicolata dai circuiti mediatici, finisce per concentrarsi esclusivamente sulle magagne dei…primi, rimuovendo quasi o ignorando la funzione dei…corruttori. Uno scenario, le cui negatività si accentuano, se si inseriscono le inadeguatezze del sistema bancario, che non promuove né favorisce le politiche per il sostegno alle imprese. E senza dire dei “pesi” oppressivi della criminalità economica.

Questi ed altri motivi di analisi e riflessione, dal punto dell’Osservatorio-Italia, hanno connotato la relazione del giovane studioso e il dibattito a più voci, variando dalla fragilità delle istituzioni economiche e di controllo pubblico all’euro-scetticismo; dalla durezza del “fiscal compact” agli effetti della fuori-uscita dall’euro; dalla rinegoziazione dei vincoli comunitari alle ragioni per riconoscere l’Europa comunitaria a due velocità, con le correlate e diversificate scelte monetarie; dalle politiche di attacco al lavoro, che si ispirano al liberismo e alle concezioni mercantili, alle politiche per le energie rinnovabili e ai sistema integrati di trasporto per i corridoi intra-europei ed extra-europei sui tracciati dell’Alta velocità e dell’Alta capacità.

Sono motivi, inseriti in percorsi che interpellano con decisione la politica, chiamata a dare risposte lucide e coerenti per la costruzione di quell’integrazione comunitaria europea sotto tutti i profili, che è una scelta senza alternativa nella globalizzazione in atto. Sono motivi di riflessione tanto più espressivi, se si considera che si è alla vigilia del voto del 25 maggio per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Un tema reso marginale per la trattazione che se ne fa, nel generale contesto di una campagna elettorale raffazzonata e “povera” di contenuti; un livello scadente, con banali polemiche e fiammate di velenosa demagogia, che eguaglia quello delle “amministrative”, da cui sono interessati oltre quattro mila Comuni. E i circuiti mediatici ne sono la cupa rappresentazione e il deprimente corollario. La cosiddetta anti-politica si “nutre” anche di questi deteriori aspetti, che negano il discorso pubblico responsabile e costruttivo degli interessi generali della società e dei cittadini.

di Geo

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