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Archivio per la categoria “storia”

Catena di San Clemente: il rito antico nella guida turistica della Città Metropolitana di Napoli

C’è anche Casamarciano tra i luoghi più caratteristici citati nella guida turistica della Città Metropolitana di Napoli. Nella sezione “feste e fiere, culti e leggende” per gli itinerari del patrimonio immateriale, spazio riservato alla suggestiva “catena di San Clemente”, rito da sempre legato alla Festa patronale del 23 novembre.

Un rito che non ha simili nell’area nolana ed in Campania e che coinvolge l’intera popolazione: la statua del santo, issata sulle spalle dei fedeli, portata fuori dalla parrocchia che si trova al centro del paese, viene trasportata tra le sue strade fino a raggiungere l’originaria chiesa posta sulla collina che prende il nome del Santo. Il percorso è costituito da un’irta salita e per favorire l’ascesa del simulacro fino al tempietto si crea una catena umana, grazie alla quale la struttura lignea, dopo una corsa vorticosa e spettacolare, arriva ai ruderi.

Una tradizione particolarmente sentita nella piccola comunità che sabato 23 novembre si rinnova nel segno della fede e della devozione.

“Siamo felici di questo nuovo attestato per la nostra comunità che riconosce il giusto valore alle antiche tradizioni – spiega il sindaco Andrea Manzi – Ancora una volta è la memoria l’elemento di unione nel programma di promozione e valorizzazione degli usi e costumi del Sud d’Italia, di cui Casamarciano si è fatto promotore nel corso dell’ultimo festival di teatro. Un nuovo tassello – conclude il sindaco – si aggiunge oggi alle nostre azioni di divulgazione culturale. Ai miei concittadini l’augurio di una serena festa”.

A NOLA IL 171° DELL’ARCIVESCOVO DOMENICO NARNI MANCINELLI (ARCIVESCOVO DI COSENZA E VESCOVO DI CASERTA, DIRETTORE SPIRITUALE E CONFESSORE DI SANTI E DI REGNANTI)

In occasione del 171° anniversario della salita al cielo dell’Arcivescovo Domenico Narni Mancinelli, il Colonnello Enrico Amorino, figlio di Donna Carmela dei conti Narni Mancinelli, ha organizzato una cerimonia commemorativa in memoria dell’illustre antenato. Il Sacro rito, tenutosi il 17 novembre nella Parrocchia di Maria SS. del Rosario di Nola, Località Cinquevie di Selve, è stato presieduto da S.E. Mons. Salvatore Giovanni Rinaldi, Vescovo Emerito della Diocesi di Acerra, assistito da Don. Umberto Sorrentino Parroco di Cinquevie di Selve. Durante la celebrazione il Cav. Prof. Antonio de Stefano, Rappresentante per Nola dei Cavalieri del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e assistente alla segreteria e consigliere della Delegazione di Napoli e Campania dell’inclito Ordine cavalleresco ha rivolto, agli astanti e alle Autorità civili e religiose intervenute, l’indirizzo di saluto del Delegato di Napoli e Campania, il Marchese Don Carlo de Gregorio Cattaneo, Principe di Sant’Elia, nonché di S.E. il Duca Don Diego de Margas Machuca, Presidente della Real Commissione per l’Italia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. Al termine della Santa Messa, il Colonnello Amorino ha deposto ai piedi della lapide commemorativa dei Caduti per la Patria ivi esistente, un serto di alloro in loro memoria.

L’Arcivescovo Domenico Narni Mancinelli, nato a Nola il 29 marzo 1772 e morto a Caserta il 17 aprile 1848, figlio del Conte Pasquale e di Donna Riccarda Cappello (nipote del Papa Clemente XII), laureato in Giurisprudenza, abbandonò le cure forensi ed abbracciò lo stato ecclesiastico, distinguendosi per pietà e dottrina; fu confessore dei francesi al tempo della loro dominazione in Napoli, predicatore attraente ed elegante, Maestro del Sacro Collegio di Teologia nell’Università di Napoli e canonico della Metropolitana di Napoli, fu da re Ferdinando I di Borbone eletto Arcivescovo di Cosenza, dove ebbe stima di Vescovo mansueto ma severo. Infaticabile visitatore di quei luoghi aspri e difficili. Designato il 5 dicembre 1831 dal re Ferdinando II e nominato il 24 Febbraio 1832 dalla Santa Sede alla Cattedra di Caserta, alla quale, per effetto del concordato del 1818 era stata unita quella di Caiazzo. Istituì nella cattedrale il collegio dei Mansionari e un orfanotrofio a Caserta ed un altro a Caiazzo dove consacrò l’altare maggiore delle Clarisse e fece costruire, a sue spese, le dietro stanze nella parte orientale del palazzo vescovile. Con un viaggio personale a Roma, pur essendo malato di gotta, ottenne il trasferimento del Capitolo Cattedrale da Caserta Vecchia a Caserta Nuova, in data 1 febbraio 1842; rese fiorente il Clero ricco di novecento ecclesiastici di qua e di là del Volturno, dei quali molti brillavano per zelo e per dottrina; i tre seminari raccoglievano più di 260 giovani aspiranti al sacerdozio, studiosissimi di filosofia e della teologia morale di Sant’Alfonso. Il clero ogni settimana teneva le sue riunioni di Teologia e Liturgia e, ogni domenica, tutti i sacerdoti percorrendo le vie della città e dei sobborghi attiravano i fanciulli al catechismo parrocchiale. Fondò in Maddaloni la Congregazione Missionaria per l’evangelizzazione delle Parrocchie di campagna. Durante il colera del 1837 si prodigò a tutt’uomo in quella funesta calamità che richiese l’apertura di uno speciale cimitero a Santa Maria di Macerata presso San Clemente come si prodigò l’anno seguente per una tempesta orribile che abbatté un lungo tratto del seminario di Falciano. Fu per trent’anni Vescovo, quattordici a Cosenza e sedici a Caserta; fu la guida e il direttore spirituale di Santa Antida Touret fondatrice della congregazione delle Suore della Carità. Passò la vita sempre tormentato dai dolori della podagra che spesso lo inchiodarono a letto per mesi. Morì nell’età di 78 anni il 17 aprile 1848 e fu sepolto nella Cappella del SS. Sacramento nella nuova Cattedrale di Caserta con un epigrafe dettata dal Capitolo. Godette della benevolenza della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, nelle persone degli Augusti Sovrani Ferdinando I e Ferdinando II, dei quali fu attenta guida spirituale. Fu Commendatore di Giustizia Melitense e Commendatore di Gran Croce del Real Ordine di Francesco I. Considerato l’attaccamento del Monsignore alla Real Casa dei Borbone delle Due Sicilie, hanno preso parte al Sacro rito i Cavalieri della Delegazione di Napoli e Campania – Rappresentanza di Nola del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. L’antichissimo Ordine Costantiniano costituito già nel 312 dall’Imperatore Costantino il Grande, al quale, durante la vittoriosa battaglia contro Massenzio a Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312, apparve la leggendaria Croce luminosa con la scritta “In Hoc Signo Vinces”. Il suo originario nucleo era formato da cinquanta Cavalieri scelti per la Guardia personale dell’Imperatore ai quali fu affidato anche il Labaro imperiale, sopra cui risplendeva la croce con il monogramma di Cristo. Dedicato a San Giorgio soldato della Cappadocia martorizzato al tempo dell’Imperatore Diocleziano, l’Ordine fu posto sotto la regola di San Basilio e nel 456, ad istanza dell’Imperatore Marciano, fu approvato dal Papa San Leone Magno. In seguito ad alterne e non poche controverse vicende dinastiche, oggi il Gran Maestro è S.A.R. il Serenissimo Principe Don Pedro di Borbone Due Sicilie e Orléans, Duca di Calabria e Conte di Caserta (Annali della Società di Storia Patria di Terra di Lavoro – Biblioteca dell’Abbazia di Montevergine).

La manna di San Felice vescovo di Nola, anche quest’anno niente miracolo

Nella cripta della Cattedrale di Nola si conserva con somma venerazione il sepolcro di San Felice Vescovo, mèta di centinaia di fedeli in questi giorni. Il medico ed erudito nolano Ambrogio Leone, nella sua opera dedicata alla terra natìa, De Nola patria, pubblicata a Venezia nel 1514, al cap. XI del libro secondo, parla del fenomeno della cosiddetta manna, un liquido trasparente che, attraverso un canaletto d’argento posto in una fenditura del marmo che ricopre il luogo della sepoltura di San Felice, fuoriesce in alcuni periodi dell’anno.

Del fenomeno, che per i fedeli è il “miracolo di San Felice”, parla anche, tra gli altri, lo storico Gianstefano Remondini, nella sua monumentale opera Della Nolana Ecclesiastica Storia, pubblicata a Napoli tra il 1747 e il 1757. Riporta, inoltre, il Remondini un episodio accaduto qualche anno prima del suo arrivo a Nola nel 1746; in quell’anno sia il 15 novembre che nei giorni successivi dell’ottava neppure una goccia di manna si era trovata nel calice. Siccome il mancato verificarsi del miracolo era da tutti interpretato come infausto presagio per la città, un sacerdote pensò di far scendere nella cripta una pia donna, sua penitente, perché supplicasse il Santo di non voler lasciare tutta Nola nello sconforto. La donna si raccolse in preghiera e, apertosi dopo un’ora il cancello, fu trovato il calice, posto al di sotto del canaletto, pieno di manna.

Il cosiddetto miracolo della manna avviene ancora oggi, anche se con una frequenza e un’intensità minore rispetto al passato. Le date in cui il Canonico Tesoriere del Capitolo Cattedrale verifica la presenza o meno della manna sono: 15 novembre, festa del Santo, e 8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione. Fino alla riforma liturgica, che interessò la Chiesa negli anni ’60 del secolo scorso, il rito della manna si svolgeva più volte nel corso dell’anno, e nel mese di novembre ben tre volte (oltre al 15, anche il 22, giorno dell’ottava della festa, e il 27, memoria dei Compagni Martiri di San Felice). La manna è interpretata come segno della protezione del Santo Patrono e da essa in antico i contadini traevano gli auspici sull’abbondanza o meno del raccolto.

Un libro, custodito nell’archivio storico-diocesano di Nola, registra, anno per anno, a partire dal 1753 fino al 1907, il verificarsi o meno del miracolo. Nella parrocchia del Duomo è, invece, custodito il registro dal 1907 ad oggi. Da quest’ultimo diario risulta che l’ultima volta in cui il “miracolo” si è verificato il 15 novembre risale al 1979, mentre più spesso si registra nel giorno dell’Immacolata, o anche in altre circostanze eccezionali, come in occasione dell’ingresso in diocesi del vescovo Marino il 15 gennaio 2017. Quest’anno il miracolo, nel giorno della festa del santo, neppure si è verificato. Attendiamo fiduciosi l’8 dicembre.

di Gennaro Morisco

(Tradizioni, territori e culti religiosi) Chianche, in terra irpina, e Nola, i profondi legami nel segno di San Felice Presbitero

Un po’ di storia e gemme di linguistica.

Chianche, che da secoli ha eletto suo patrono S. Felice di Nola Presbitero, è inserita nell’Arcidiocesi di Benevento, pur essendo in provincia di Avellino. L’aggregato urbano, già esistente in epoca longobarda,  è citato nel 1138, quando Ruggero II il Normanno partì dalla rocca di Chianche per dirigersi verso Avellino a scontrarsi in battaglia con le milizie del Conte Rainulfo. In seguito divenne un feudo appartenuto fino al secolo XIX a nobili famiglie che si susseguirono nel corso dei secoli. 

Nel Medioevo il paese si chiamava Planca e Planche e secondo la tesi più accreditata degli storici chianchesi deriva dalla parola plancae, pronunciata dai Romani “planche”, nome dato alle pietre adoperate nella  pavimentazione delle strade, ricavate da una cava ancora esistente nella frazione Chianchetelle. E’ da rilevare che nell’evoluzione della lingua latina nei vernacoli della Campania e in genere del Meridione, è frequente la trasformazione del binomio consonantico PL nel trigramma CHI. A riguardo gli esempi sono molti; ne segnaliamo solo alcuni: plenus, pieno = chino, plus (più) = cchiù, platea (piazza) = chiazza. La stessa terminologia si riscontra in tutta Puglia. E così, ad Alberobello le lastre  di copertura dei trulli sono dette chiancarelle, chiancole o chianche; la chianca leccese è una pietra calcarea piatta e squadrata  da sempre utilizzata nella pavimentazione stradale e nelle coperture praticabili degli edifici; una contrada del Comune di Roccaforzata, in provincia di Taranto, si chiama Chianche per le lastre leccesi che erano estratte nella zona. 

La cittadina conserva un quartiere di origine medievale, il Castello, risalente al secolo XI e fortificato in seguito dai Normanni, la chiesa di San Felice Presbitero di Nola, la fontana dedicata al Duca di San Donato. Nelle immediate vicinanze è da segnalare  il suggestivo Stretto di Barba, che si snoda lungo il corso del fiume Sabato. 

A Chianche, chiamata “città del vino”, dal 1985 opera la Pro Loco impegnata a valorizzarne storia, arte, tradizioni, attività economiche e ricettività. Tra le molteplici iniziative promozionali sono da segnalare la Degustazione del Greco di Tufo a giugno e quella dei Cicatielli  e del Greco di Tufo in estate.

I cicatielli sono una specie di gnocco di forma allungata e più incavata; in Molise sono chiamati cavatelli La Pro Loco ha partecipato dal 2000 al 2006 al Palio di Cimitile rievocando la figura storica di Ruggero II il Normanno.

La Chiesa parrocchiale di San Felice di Nola Presbitero

La Chiesa di San Felice di Nola, affiancata a destra dal campanile, si innalza nella piazza dedicata al Cardinale Ascanio Filomarino, (Chianche 1584 – Napoli 1666).    Alcuni blocchi marmorei di riutilizzo più antichi e visibili all’esterno nei muri perimetrali, hanno fatto pensare che abbia sostituito una cappella risalente all’epoca medievale, probabilmente resa inagibile per un terremoto. La sua costruzione con pianta a croce latina in stile barocco iniziò nella seconda metà del 1600 e fu consacrata il 13 ottobre 1694 dal Vescovo Vincenzo Maria Orsini, eletto poi papa nel 1724 col nome di Benedetto XIII. Il prospetto si compone di una scalea che porta in un vestibolo arcuato che si apre al centro di un avancorpo coronato da una modanatura sagomata e sorretta da quattro lesene ioniche, due per lato. In posizione arretrata si innalza la parte superiore della facciata con tetto a capanna, e altre quattro lesene che fanno ala all’oculo centrale. Alle pareti laterali esterne sono addossati dei barbacani allo scopo di salvaguardarne le strutture architettoniche dai fenomeni sismici.  Nella controfacciata è murata una lapide memoriale a ricordo del Vescovo Vincenzo Maria Orsini e sopra la porta di ingresso è collocata la cantoria con l’organo del ‘700. Nelle due pareti della navata sono inserite tre arcate a tutto sesto separate da lesene ioniche e sottolineate da contorni e motivi decorativi di stucco; nelle due centrali figurano altari in marmi policromi consacrati nel 1706 dal menzionato Vescovo Orsini.   Sempre nella navata, davanti al primo arco a destra appena si entra, si trova il fonte battesimale di marmo bianco protetto da una ringhiera di ferro battuto. La crociera è coperta da una bassa cupola affrescata, sorretta da quattro pennacchi anch’essi con affreschi. L’area absidale, comprendente anche il presbiterio, ha una pianta rettangolare, detta a scarsella, coperta da una volta a botte ribassata, che si ripete nell’aula e nel transetto.  La lineare parete di fondo accoglie l’altare settecentesco in marmi policromi, sormontato dal quadro secentesco della Madonna col BambinoCausa Nostrae Laetitiae”, inserito in un’elaborata edicola. Degna di interesse è la dotazione artistica comprendente: gli affreschi dei pennacchi (i quattro Evangelisti) e della cupola (Agnello, colombe, calici, ostensori), nonché quello sopra il fonte battesimale (S. Giacomo che riceve il battesimo da Gesù), i quadri del ‘600 e ‘700 (S. Antonio, S. Domenico, S. Caterina, Immacolata Concezione), le statue della Madonna del Rosario e di San Felice Presbitero. La chiesa custodisce una reliquia ossea del Santo di Nola inserita in un prezioso reliquiario dorato.

La Festa del Santo Patrono

Come da calendario, la comunità di Chianche festeggia San Felice di Nola Presbitero il 14 gennaio. Di solito dall’11 al 13 si tiene un triduo di preparazione e il giorno 14 alle ore 11 si celebra una messa solenne con il rito della benedizione delle panelle, seguito dal bacio della reliquia. Di pomeriggio si svolge la processione con la statua del Santo fiancheggiata da militari e accompagnata dalla banda musicale. Al corteo, processionale, che fa registrare un grande concorso di fedeli, partecipano il parroco, il Vescovo di Benevento o un suo Vicario, autorità civili. Per l’occasione sul prospetto della chiesa sono istallate delle luminarie e di sera, alla fine della processione, la festa si conclude con i fuochi pirotecnici. Ringrazio per la disponibile cortesia la Pro Loco di Chianche nella persona del dott. Luigi Cecere.

di Antonio Fusco

PIAZZOLLA E POLVICA IN MATTINATA HANNO CELEBRATO LA FESTA DELLE FORZE ARMATE E DELL’UNITÀ NAZIONALE. DOMANI MARTEDÌ DEPOSIZIONE CORONA DI ALLORO MONUMENTO DEI CADUTI A NOLA ORE 11,00

A celebrare, questa mattina, la Festa delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale le frazioni di Piazzolla e Polvica. Domani martedì alle ore 11,00 con un corteo guidato dal Sindaco Gaetano Minieri, impegnato in mattinata a Napoli per le celebrazioni nazionali alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella deporra ‘una corona di alloro al Monumento dei Caduti in piazza Matteotti. L’ iniziativa della memoria storica nelle frazioni è stata coordinata dai delegati Raffaele Giugliano a Piazzolla e Enzo Iovino a Polvica.

A Piazzolla presenti i due parroci della frazione don Salvatore Luminelli e don Umberto Sorrentino, i genitori dell’ex caporale Gaetano Tuccillo ucciso in Afghanistan il 2 luglio 2011,il maresciallo dei carabinieri Giuseppe d’Addio, i vigili urbani e tanta gente comune. Il delegato della Frazione Raffaele Giugliano, oltre a rendere omaggio a tutti i caduti delle guerre che con il loro sacrificio hanno contribuito ad un futuro di pace ha tracciato i profili di due eroi, figli di questa terra il maresciallo maggiore Luigi Cortile e il caporale Gaetano Tuccillo tracciandone un profilo e descrivendone il contesto storico di riferimento.

A Polvica il neo delegato, visibilmente commosso ha deposto una corona di alloro presso il monumento rappresentato da un cannone della Grande Guerra. È stato coinvolto nell’organizzazione l ‘Istituto comprensivo statale Bruno-Fiore rappresentato dalle classi 3 F e 3 G e dai docenti Maria Grazia Maiello, Regina Galasso e Vitale d’ Avino. Presente anche una rappresentanza della Pro Loco di Nola Città d’Arte. Il delegato della frazione Enzo Iovino ha affermato che il 4 novembre rappresenta un momento importante per sottolineare il valore della pace e della fratellanza e il rifiuto di ogni conflitto bellico. È la festa delle Forze Armate e dell’Unità di Italia – ha concluso il delegato– che ringraziamo per il contributo dato all’unificazione di Italia e alla costituzione della nostra Patria.

di ra.na.

Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate: a Nola la cerimonia si terrà martedì 5 novembre

L’amministrazione comunale di Nola guidata dal sindaco Gaetano Minieri celebra l’Unità d’Italia e delle Forze Armate. L’iniziativa si terrà martedì 5 novembre come annunciato nel manifesto istituzionale. Nessun errore. La decisione di posticipare la manifestazione (la ricorrenza è il 4 novembre) è stata determinata dallo svolgersi a Napoli, in piazza Plebiscito, delle celebrazioni nazionali (quest’anno è toccato a Napoli) a cui parteciperà anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Celebrazioni a cui sono stati invitati anche i rappresentanti delle istituzioni locali della Regione Campania e autorità militari, comprese quelle della Città di Nola.

L’appuntamento a Nola dunque è alle ore 11 in piazza Duomo, martedì 5 novembre. Da qui partirà un corteo diretto a piazza Matteotti dove, ai piedi del Monumento ai Caduti, sarà deposta una corona di alloro. Prevista la partecipazione delle scuole cittadine.

di ra.na.

Casamarciano. Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate: lunedì la deposizione della corona di alloro

L’amministrazione comunale di Casamarciano celebra la “Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate” nel ricordo dei concittadini caduti per l’indipendenza, l’unità e la libertà d’Italia.

L’appuntamento è per le ore 10 di lunedì 4 novembre in piazza Umberto I. Da qui partirà un corteo, guidato dal sindaco Andrea Manzi che, insieme agli alunni dell’istituto scolastico Costantini, raggiungerà piazza Monumento dove sarà deposta una corona di alloro ai piedi della scultura commemorativa. Per l’occasione sarà anche consegnato un encomio all’agente scelto della Polizia di Stato, Antonio Amoroso, che, nella notte tra il 6 ed il 7 ottobre scorso, bloccò in via Curti a Casamarciano un trentasettenne in evidente stato di agitazione che, con la propria auto, stava mettendo a soqquadro l’intera area adiacente il Monumento.

“Fare memoria non significa semplicemente ricordare quanto è accaduto perchè non avvenga più – dichiara il sindaco Andrea Manzi – Fare memoria significa soprattutto riconoscere il valore di quegli uomini che, con sacrificio e abnegazione, hanno determinato il corso della storia. Ce lo insegnano i libri, ce lo ricordano i nomi dei tanti giovani che lasciarono le rispettive città per rispondere alla chiamata della Patria senza fare più ritorno. Un momento commemorativo che – spiega Manzi – rappresenta, per l’amministrazione comunale, anche l’occasione per ringraziare l’agente scelto della Polizia di Stato Antonio Amoroso che, circa un mese fa, è intervenuto con prontezza e lucidità in via Curti bloccando un giovane che avrebbe potuto arrecare danni ingenti al decoro urbano della comunità oltre a compromettere l’incolumità fisica di qualche cittadino di passaggio. Esempi da condividere e da trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni, che – conclude Manzi – testimoniano il rispetto per il ruolo e per la divisa, rispondendo al patto di legalità con il territorio in cui si opera”.

San Felice di Nola Presbitero a Tavèrnola S. Felice in provincia di Avellino – Il rito della “rosamarina”

Un po’ di storia

Tavèrnola San Felice, gemellata con San Felice in Pincis, è una tranquilla frazione del comune di Aiello del Sabato, in provincia di Avellino, al quale fu annessa nel 1927. L’origine del nome deriva chiaramente dal latino tabèrnula, e sta a ricordare una taverna, un punto di sosta e ristoro, lungo l’antica strada sannitica, poi deviata su un altro percorso, che collegava Nocera, Avellino e Benevento. 

Una citazione documentaria del 1873, riferendosi ad una cappella della confraternita del Ss Rosario, riporta che questa era ubicata nel 1507 nella chiesa di S. Felice di Nola, attestandone quindi l’esistenza all’inizio del XVI secolo, ma prima di tale anno non si hanno notizie cronologiche certe circa la sua origine. Dato che nella diocesi d’Avellino, fondata nel IV secolo, erano presenti nell’Alto Medioevo molte comunità di cristiani che si recavano per devozione presso le Basiliche di San Felice in Pincis, allora nel tenimento territoriale di Nola, si è ipotizzato che siano stati costoro a custodire a Tavèrnola, in una cappella cimiteriale già esistente, un suo frammento osseo ricevuto durante un pellegrinaggio. Per quanto riguarda questa reliquia è più storicamente attendibile che possano essere stati i Longobardi a trasferirla a Tavèrnola, visto che favorirono la devozione del Santo in alcune contrade dell’Irpinia, Questi erano convinti della forza protettrice delle osteoreliquie e, pertanto, adottando questo criterio, finalizzato a  dotare Benevento ed i loro territori di potenti protettori, si impossessavano con la forza o con stratagemmi delle spoglie mortali dei santi,  togliendole al controllo dei nemici, i quali essendone stati privati ne perdevano anche la difesa. Tra le molte reliquie trafugate, le più note sono quelle dei santi Gennaro, Paolino, Bartolomeo, Mercurio, Trofimena.

Nel 1585 al toponimo originario di Tavèrnola si aggiunse quello di San Felice per rendere omaggio al Patrono del Borgo e nel 1587 la chiesa a lui intitolata fu eletta a parrocchia autonoma dal Capitolo della Cattedrale.        

Nel 1592 per necessità funzionale fu ingrandita con la costruzione dell’abside che andò a coprire l’antico sito cimiteriale romano-cristiano, trasformandolo in una cripta o “specus martyrum”, attualmente non accessibile. Nel 1852 la navata fu abbellita con preziosi inserimenti marmorei e con due fastose nicchie arcuate con le statue della Vergine del Rosario e di Cristo Benedicente. Sull’altare maggiore si staglia il busto policromo di S. Felice Presbitero e Martire. Nella lineare facciata con timpano sommatale si notano due frammenti plastici di epoca romana con teste, metope e triglifi, chiaramente  appartenuti ad una tomba dell’antica necropoli romana in cui si trovava il primo tempietto feliciano.  

La festa

Il 14 gennaio, quando ricorre la festa del Santo Patrono preceduta da una novena, si celebrano solenni funzioni religiose che prevedono il canto dellInno popolare a S. Felice, la  recitata della Supplica e l’esposizione della reliquia. Con il devoto concorso dei tavernolesi e degli abitanti dei dintorni intorno alle ore 11 ha inizio la processione del  busto del Santo. I festeggiamenti prevedono anche l’accensione mattutina di un falò (fucarone) nello slargo davanti alla chiesa, nonché luminarie, concerto bandistico e fuochi d’artificio di chiusura.

La rosamarina

Ancora oggi si mantiene viva la tradizione della “rosamarinache si svolge il Sabato Santo. Per l’occasione si allestiscono molti mazzetti di frasche di pino, una volta di rosmarino, ai quali sono legate due arance, un limone e un’immaginetta di S. Felice. Una rosamarina più grande e più addobbata viene posta presso l’ingresso della chiesa. Di primo mattino i mazzetti di rosamarina sono benedetti e poi, accompagnati da organetti, tamburelli, triccaballacche e dal canto di stornelli popolari, sono portati con un automezzo dai giovani per buon augurio presso ogni abitazione di Tavèrnola. In cambio ricevono offerte di denaro e doni in natura, quali salumi, uova, vino; questi poi sono messi all’asta e il ricavato, insieme con il denaro contante raccolto, è devoluto per l’organizzazione della festa. Le strofe degli stornelli, oltre ad avere un significato devozionale e di popolare galanteria nei confronti delle donne, possono essere anche salaci; A riguardo ne riportiamo tre: – “Mo ve mettimmo sta rosamarina, a nome e tutti i santi, a nome e san Felice, -“Bella figliola comme ve chiamate?. Me chiamme sanacore, che voliti?. Giacché vui sanacore vi chammati, sanatimi sto core se putite”, –Oi né ca mo to metto o catenaccio mio ‘n faccia a sta porta. ‘O catenaccio mio è tutto acciaio, ‘na vota c’aggio miso sta sicuro. Questo rito  tradizionale risulta essere una trasposizione dissimulata in chiave cristiana di un’antichissima religiosità pagana collegata al culto della dea Cibele, personificazione della Terra Madre nel significato della rinascita della natura vegetale ed animale nell’equinozio di primavera. Si ritiene anche che le foglie di pino e di rosmarino essendo appuntite e pungenti, abbiano avuto una funzione apotropaica contro le fatture, il malocchio e ogni influsso negativo. Inoltre, la simbologia del limone tra due arance deve essere collegata  ad antichi rituali priapei riferiti alla fertile funzionalità degli organi sessuali maschili.  

(Ringrazio i sig.ri Gerardo Bonito e  Cucciniello Francesco per la gentile disponibilità)

di Antonio Fusco

La parrocchia di San Felice da Nola Presbitero a Fierozzo in provincia di Trento

Fierozzo è un borgo nella valle dei Mòcheni, diviso in due frazioni: quella di San Francesco, chiamata Fierozzo di Fuori e l’altra di San Felice detta Fierozzo di Dentro; quest’ultima sorge a 1127 metri sul livello del mare. Il primo edificio ecclesiale dedicato a San Felice da Nola Presbitero fu eretto, tra la fine di maggio 1726 e la prima metà di novembre 1727, per desiderio del fierozzano Cristel Iobstraibizer, il quale per una grazia ricevuta ne chiese l’autorizzazione al vescovo di Feltre Pietro Maria Trevisano. Non ebbe la funzione di parrocchia, ma divenne una curazia dell’arcipretura di Pergine dalla quale nel  1738 si ottenne la concessione di impiantare un attiguo cimitero.

Poiché con il passare del tempo la cappella era diventata alquanto malridotta e troppo angusta per accogliere i numerosi fedeli, il curato don Luigi Gadler ne promosse l’edificazione di una nuova, iniziativa approvata dalla stragrande maggioranza dei capifamiglia. Pertanto, il primo impianto fu ristrutturato ed ampliato nelle linee attuali tra il 1894 e il 1895. Il progetto architettonico della nuova fabbrica fu affidato all’architetto Giovanni de Ferrari e per la sua erezione contribuirono economicamente e con la prestazione di lavoro volontario tutte le famiglie fierozzane.  Il 7 maggio 1894 l’arciprete di Pergine don Giovanni Battista Inama benedì la prima pietra dell’erigenda chiesa di San Felice da Nola alla presenza del curato, dei fedeli fierozzani e dei vicini borghi. La costruzione, terminata nell’autunno del 1895, il 15 dicembre, terza domenica dell’Avvento, fu benedetta dal citato arciprete don Inama.  Il 21 luglio 1911 fu consacrata come parrocchia dal vescovo di Trento Celestino Endrici. In vari tempi fu oggetto di restauro, ma il più importante fu quello effettuato tra il 1973 e il 1977.   

La chiesa, orientata nella direzione nord-orientale, domina sull’abitato della contrada e dal sagrato si apre un vasto panorama sulla Valle dei Mòcheni. A sinistra, in posizione arretrata, si innalza su tre ordini di linee diverse la torre campanaria, probabilmente già esistente prima della ristrutturazione del 1894 / 95. La facciata con frontone sommitale presenta  una finestra circolare e un portale architravato contornato da plastiche decorazioni di stucco. L’unica navata si articola in tre campate con presbiterio ed abside. L’interno presenta una tinteggiatura tesa a far rilevare le modanature, le vele delle campate e le strutture arcuate. Nel catino absidale su un fondale azzurro è affrescato il Buon Pastore affiancato da dodici pecorelle, sei per lato. Oltre all’altare maggiore, opera del marmista di Rovereto Gelsomino Scanagatti, vi è anche presente un secondo altare dedicato al patrono San Lorenzo, al quale i Fierozzani sono molto devoti, a ricordo di una chiesa a lui dedicata, crollata e ridotta allo stato di rudere.  Tra gli arredi ricordiamo un organo del 1800 e soprattutto molte sacre immagini. Tra queste San Felice da Nola Presbitero è plasmato in una statua che lo raffigura benedicente, reggente un calice e abbigliato con ricchi paramenti sacerdotali, quali camice, pianeta, manipolo. Una sua seconda immagine, sempre in veste di presbitero e con il calice nella mano destra, è dipinta in basso a destra nella fastosa pala dell’altare maggiore raffigurante la Vergine col Bambino. (Ringrazio Leo Toller per la gentile collaborazione).

di Antonio Fusco

Diocesi di Nola – Inaugurazione prima mostra Collezione arte contemporanea Luigi Vecchione

Sarà inaugurata sabato 5 ottobre, presso la Chiesa dei Santi Apostoli di Nola, la prima mostra della “Collezione di arte contemporanea Luigi Vecchione”, donata alla Diocesi di Nola dal bibliofilo e cultore di storia patria nolano, scomparso nel 2014.

L’apertura dell’esposizione sarà preceduta dalla presentazione – alle 18.30, presso il Salone dei Medaglioni del Palazzo vescovile – del lavoro di ricerca che ha consentito di dare la giusta luce alla figura di Vecchione, quale instancabile viaggiatore tra passato e presente, tra valorizzazione della storia passata e promozione di quella futura che anche gli artisti locali – da lui frequentati e collezionati – contribuivano a costruire.

Saranno Francesco Dragoni, curatore della mostra, Gaia Salvatori e Almerinda Di Benedetto, docenti di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi “Luigi Vanvitelli”, ad introdurre i presenti al percorso espositivo pensato per i pezzi più importanti della collezione: forniranno loro la bussola per poter compiere un viaggio tra firme locali, nazionali e internazionali, di respirare l’aria di fermento culturale che tanto incuriosì e appassionò Vecchione.

Una mostra di spessore non a caso intitolata La collezione di arte contemporanea di Luigi Vecchione. Esperienze e ricerche da Gemito a Pistoletto. Le scelte d’acquisto del collezionista nolano risultano infatti specchio della ricerca artistica partenopea nel secondo dopoguerra, in bilico tra scelte espressive figurative e neofigurative, tra tradizionale linguaggio locale e rottura con il passato tipica dell’avanguardia del tempo.

E così nel percorso espositivo allestito nella straordinaria cornice baroccheggiante dei Santi Apostoli le opere di Dalì, Fontana, Crippa, Turcato, Levi, Guttuso, Dangelo, Basaglia, Rotella, Pistoletto, Pozzati e quelle di Gemito, Ciardo, Notte, Colucci, Barisani, Persico, Venditti, De Stefano, Spinosa, Fergola, Di Ruggiero, De Simone, Scolavino, Donzelli, Capasso, Cassese, dialogheranno in reciproco controcanto.

Una sezione espositiva speciale sarà dedicata alle sculture che recano la firma “G. Di (o De) Martino”, identificato come il modellatore e decoratore nolano, Gaetano Di Martino, attivo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

La mostra è una delle tappe di SettembrArte, l’iniziativa di promozione culturale promossa dall’Ufficio per i Beni culturali della Diocesi di Nola e dall’Associazione culturale Meridies – ideatrice dell’iniziativa – la cui ventennale collaborazione continua a generare coinvolgenti iniziative di promozione del patrimonio storico-artistico del territorio diocesano.

«Siamo felici – hanno dichiarato Michele Napolitano, presidente di Meridies e Antonia Solpietro, responsabile dell’Ufficio diocesano per i Beni Culturali – che la “Collezione Luigi Vecchione” possa essere finalmente pubblicamente ammirata. Felicità condivisa con i familiari D’Eliseo e Vecchione, che saranno presenti all’inaugurazione. All’Archeoclub Sezione di Nola Luigi Vecchione, alla Fondazione Hyria Novla, al Lions Club Ottaviano Augusto e alla Famiglia Romano il nostro grazie per l’importante contributo dato all’edizione del catalogo».

Presenti all’inaugurazione anche il sindaco di Nola, Gaetano Minieri, e il vescovo diocesano, Francesco Marino.

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