ilc@zziblog

di ra.na. & co… contro "il sistema" della camorra dell'usura e della violenza, è un blog indipendente, nato dall'idea di persone libere che hanno a cuore le sorti della loro terra, l'Area Nolana

Archivio per la categoria “alba tardiva”

Palazzo della Borsa di Napoli_Nola, il “Carducci” presenterà  “L’Arte in Camera“. Intervento di Gaetano Manfredi, Ministro dell’Università e Ricerca

L’appuntamento è per venerdì – 21 febbraio  alle ore 15,00– al Palazzo della Borsa, in piazza Bovio, a Napoli. Un’ambientazione mirata e ben scelta per la presentazione de “ LArte in Camera “, il libro-catalogo articolato in analitiche ed approfondite schede storiche ed estetiche che raccontano, in lingua italiana e in lingua inglese, i profili e i temi caratterizzanti di ventidue opere pittoriche e di sei sculture-busti, nonché informazioni biografiche degli autori, risalenti all’ ‘800 e al ‘900. Sono schede illustrative, che costituiscono il frutto di un lungo e metodico percorso di studio e ricognizione diretta delle opere “narrate”,in cui sono stati impegnati i ragazzi e le ragazze della quarta classe,sezione D, del Liceo statale “Carducci”, nell’ambito del progetto didattico -formativo per  i “Servizi di orientamento al lavoro e alle professioni”,  di cui è referente la professoressa Milena Picciocchi, ordinaria per l’insegnamento di Storia dellArte.

Di sicuro interesse culturale e di forte valore divulgativo,il libro- catalogo, realizzato con il coordinamento scientifico della professoressa Isabella Valente del Dipartimento degli studi umanistici della Federico II, è stato pubblicato dalla Camera di commercio della Città metropolitana partenopea, i cui uffici sono operativi nel monumentale Palazzo della Borsa. L’opera sarà presentata da Ciro Fiola, presidente della Camera di commercio, e Fabrizio Luongo, presidente di Azienda speciale Unica Si impresa. Le conclusioni saranno dettate da  Gaetano Manfredi, Ministro dell’Università e della Ricerca.

di Geo

Il Palazzo della Borsa, un luogo che non sa tramontare

Briciole informative

Con la ricerca storica non sono le cose passate che si scoprono ma, parafrasando un concetto del Droysen, si scopre quel che di loro, nell’ hic et nunc,non è ancora tramontato, sia che si tratti di memorie di ciò che fu e avvenne sia di avanzi di ciò che non è stato ed avvenuto.

Quella che si trova a piazza Bovio è una struttura ricca di ricordi, ma anche di ambizioni per rievocarli e raccoglierne di altri. Il Palazzo della Borsa di Napoli, realizzato su progetto di Alfonso Guerra e Luigi Ferrera, è un’opera da scoprire anche in questo senso; ubicato nel quartiere Porto, riconosce l’origine del nome nello scopo della sua costruzione, quale era l’ospitalità agli Uffici della Borsa di Napoli e della Camera di Commercio dal 1895. Eppure, l’ingresso anticipato da due obelischi, laterali alla struttura, aggiunti durante il periodo fascista, non è una porta per scoprire solo una storia economica.

La piazza, recentemente ristrutturata, esalta la magistrale opera con elementi di arredo perfettamente integrati, con la circolare macchia verde e di coloreche spinge lo sguardo al Palazzo, coniugando antichità preservata in superfice e sublime modernità nelle viscere.

C’è un continuo quasi tramontare nell’edificio neorinascimentale, un non finire perpetuo, che vede l’immortalarsi di tante dottrine sui versanti artistici, politici, economici, storici e sociali. Tanti contrasti e abbinamenti convivono sui tre piani, ogni aspetto ha la sua potenza e rilevanza ma l’atmosfera è omogenea e armoniosa, come a voler concretizzare l’idea di Luigi De Luca che volle rappresentare Il genio che domina la forza nei gruppi scultorei in bronzo presenti presso la scalinata dell’entrata. Ebbene, c’è un genio, un demiurgo, un’aria che ordina l’ambiente e consente una narrazione unitaria di ciò che tutti gli elementi singolarmente propongono con vivacità.

I dialoghi tra ordine e violenza vivono illuminati dal sole che s’insinua nelle alternanze di ferro e vetro sulle pareti fino all’ultimo ordine in alto, ove gli infissi sono decorati anche con delle cariatidi che sostengono l’atmosfera attorno alla lunetta del fregio con Hermes e Dioniso.

Un gioiello nascosto e quasi sconosciuto al pubblico è custodito gelosamente all’interno di questo edificio. Elementi ellenici, mitici e pagani, sono accostati alla suggestiva chiesa di Sant’Aspreno,un piccolo tempio paleocristiano miracolosamente salvato dal Risanamento e inserito nella planimetria del Palazzo all’epoca della costruzione grazie all’intervento del Sindaco, Ferdinando Colonna di Stigliano.La ragione della premurosa integrazione era la volontà di salvaguardare uno dei luoghi cultuali dalle mistiche particolarità: l’altare, la casa e la catacomba di Sant’Aspreno. Una cava leggendariamente miracolosa per la cura dei dolori al capo, spiegata dal mondo ecclesiastico col riferimento alla decapitazione del santo in virtù della difesa della sua fede. Tra miracoli e spettri le mura della Chiesa hanno ascoltato le lamentele dei pellegrini sofferenti di emicranie, le preghiere dei devoti sconsolati e i ringraziamenti dei grati per la guarigione. 

La Chiesa inglobata e il Palazzo che la accoglie costituiscono una città nella città nella quale non si ci pente di perdersi, tra dettagli e particolari tutti da svelare perché coperti da un’aurea di prestigio che li riveste. Sede di mostre e convegni, dal mormorio generale, si sente il rumore della suntuosità e della magnificenza che cambia musica ogni giorno, sostituendo le vecchie urla dei banditori; per questo è ogni volta dariscoprire, nel suo eterno tramonto che non conosce morte.

Baiano. Cultura ed etica civile, a ProTeatro: Ruggero Cappuccio racconta Paolo Borsellino servitore dello Stato e della giustizia giusta presidio della sociale convivenza…

Incontro di proficuo e stimolante interesse etico- culturale con Ruggero Cappuccio, autore di nitida scrittura comunicativa e raffinato regista teatrale e cinematografico; incontro vissuto nell’accogliente climax di linda sobrietà della  Sala di ProTeatro in piazza IV Novembre e promosso dall’omonima Cooperativa di giovani, che si dedicano con calda passione e vivo impegno all’arte scenica, veicolando idee, proponendo spettacoli e produzioni televisive, animando progetti e corsi di formazione, a cui corrispondono serie ed encomiabili opportunità di lavoro creativo  con il riscontro già di significative esperienze.

A far da mediatrice del rendezvous con l’ uditorio in raccolta e meditata attenzione, l’ esemplarità civile e civica incarnata  da Paolo Borsellino il giudice ucciso il 19 luglio del 1992 insieme con i cinque agenti che costituivano la scorta protettiva  della Polizia di Stato, con i quali viveva  in profonda empatia umana, prima che di comunanza professionale e di servizio pubblico per lo Stato,  nell’attentato di via Mariano D’Amelio, a Palermo; attentato compiuto, va ricordato, con le modalità peculiari della più collaudata ed efficiente tecnologia terroristica, concretizzando il perverso e torbido intreccio tra i poteri della politica, le articolazioni istituzionali deviate dallalveo dello Stato e la mafia. L’uccisione di Paolo Borsellino seguiva quella del 23 maggio dello stesso anno, in cui nella Strage di Capaci restò ucciso Giovanni Falcone insieme con la moglie e gli agenti della scorta della Polizia di Stato. Analogie e simmetrie impressionanti, tenendo presente che Borsellino e Falcone erano i giudicisimbolo del maxi-processo celebrato sul finire degli anni ‘80 nell’aulabunker del carcere dell’Ucciardone, a Palermo, contro Cosa nostra con oltre 400 imputati e  concluso con sentenze di condanna severe, costituendo  il tangibile e sostanziale fattore di svolta di contrasto alle consorterie di mafia, in virtù del quale lo Stato, nell’affermare il proprio ruolo, dispiegava le proprie funzioni di presidio della civile e ordinata convivenza sociale.

La genesi di Essendo Stato

E’, quella appena tratteggiata per sommi capi, una delle fasi cruciali della più recente e tormentata storia politica della società italiana, avviluppata e afflitta dagli affanni della democrazia  sostanziale incompiuta, a voler richiamare – come a chi scrive sembra opportuno e dovuto evidenziare- il senso della lezione di Aldo Moro nei cupi anni ’70, i cui riverberi sono ancora persistenti e duri nell’attualità dei confusi scenari dei  nostri giorni, profondamente vuoti di pensiero e di visioni ideali. E’ la fase che fa da contesto e sfondo a Paolo Borsellino. Essendo Stato, il libro scritto da Ruggero Capuccio, pubblicato da Feltrinelli e corredato dai disegni di Mimmo Paladino e fotografie di Lia Pasqualino; un racconto, rappresentato in tutti i maggiori teatri nazionali con interpreti e messinscena di alta espressività artistica e civica, assumendo  il profilo di Lettura civile per le giovani generazioni nei Licei e nelle Università, per diventare docu-film ad ampia diffusione per opera di Rai1 e RaiStoria, con l’autore stesso dalla dizione sicura e netta nell’interpretazione del testimone civile, alla luce della stesura completa e definitiva del libro,inclusiva della pubblicazione integrale delle audizioni rese per otto ore in totale il 31 luglio del 1988 al cospetto del Consiglio superiore della magistratura da Borsellino e Falcone in predicato di subire provvedimenti disciplinari per il loro operato. 

E’ un squarcio di cruda realtà che fornisce molteplici elementi di conoscenza sugli intricati percorsi su cui si dipana l’esercizio della giurisdizione in Sicilia; squarcio, affidato alle parole scritte che per se stesse richiedono argomentazioni e sollecitano riflessioni, lontane naturalmente dall’evanescenza sia dell’impatto fonetico della messa in scena in forma teatrale, sia del montaggio cinematografico; uno squarcio, dal quale emerge la chiarezza lapidaria con cui Borsellino focalizza la sua esperienza di lavoro,stigmatizza lo smantellamento del pool antimafia, la deprecabile dinamica ancorata alla parcellizzazione delle indagini e l’assenza di un piano operativo atto a valorizzare il lavoro di carabinieri e polizia. E’ la rivendicazione del cittadino e del giudice per la costruzione e  l‘affermazione dello Stato, garante e presidio di civile convivenza e di equilibrio sociale.

E quella dello Stato costruttivo dell’equilibrio sociale, come a ragion veduta sottolinea Cappuccio nel libro, era l’ IdeaStato che Borsellino aveva avvertito quale concezione in cui si era riconosciuto fin da giovane. Era l’IdeaStato, che declinava, va ricordato, le suggestioni dell’eticità e il fascino del bello, specchio della laica visione del vivere elaborata da Federico II – lo Stupor mundi– magnifico legislatore, assertore e promotore dell’incontro delle culture d’Occidente e d’Oriente, specie sui versanti del pensiero filosofico, delle scienze e delle applicazioni tecnologiche, fautore della pacifica coesistenza dei monoteismi di matrice  cristiana, ebraica e musulmana. E l’ammirazione verso Federico II e la Casa sveva darà l’input a Paolo Borsellino per l’apprendimento da auto-didatta della lingua tedesca per meglio conoscerne la Letteratura, con le agili traduzioni della poesia di Goethe e Rilke.

Il docufilm e la conversazione

Stabat mater dolorosa

La proiezione del docu-film e l’avvincente conversazione con Ruggero Cappuccio, condotta con incisiva linearità da Franco Scotto, regista e autore, immettevano l’uditorio nel mondo degli affetti e delle relazioni di Paolo Borsellino, uomo, padre di famiglia, cittadino, giudice; risultavano due ben calibrati registri di rappresentazione,  con filo conduttore la trama del libro, articolato in undici movimenti-capitoli,introdotti da citazioni tematiche di Tucidide,ripetendo  l’impianto dello Stabat mater dolorosa di Pergolesi nelle scansioni di lingua latina.

Un mondo ricapitolato e ri-vissuto dall’immaginato flusso della memoria di Paolo Borsellino, nel tempo fermato alle ore 16,58 nella successione delle particelle dell’istante di sospensione tra la vita e la morte di quel 19 luglio del 1992, il giorno dell’attentato dinamitardo, di cui fu bersaglio senza scampo o via di salvezza insieme con gli agenti della scorta, in via Mariano D’Amelio, a Palermo, la città dov’era nato 52 anni prima. Una ricostruzione a tutto tondo, in cui la scrittura di Cappuccio fa ritrovare e risaltare nell’esistenza e nello stile di vita di Borsellino la stretta connessione tra la spirituale interiorità umana e la fede cristiana. Un’operazione di scavo, che trova uno degli aspetti più rilevanti nel capitolo dedicato “allarte della giustizia”, in cui viene dato spazio all’importanza dei linguaggi e della loro decifrazione negli interrogatori degli imputati. Una tecnica, anzi un’ “arte” di ricerca nel distinguere il pensato reale e il detto reale, liberando l’uno e l’altro da mistificazioni; un’operazione tutt’altro che agevole. E sul punto specifico, ben pertinente la distinzione focalizzata tra il carattere peculiare della lingua napoletana e quello della lingua siciliana, l’una è la lingua scenica, con varietà e ricchezza di parole che “accrescono” e dilatano le situazioni di riferimento, l’altro non aggiunge parole più del dovuto, anzi le sottrae, fino al mutismo rispetto ai fatti. E c’è di più: nella lingua siciliana, il passato remoto si usa anche se l’azione si è appena svolta. Il presente diventa a-temporale, e tutte le cose saranno come furono. Nella lingua napoletana il futuro ha poco o nessuno rilievo, perché le azioni sono regolate dal presente. E cosi si dice “ lanno prossimo mi sposo”, perché per il napoletano il futuro è ignoto, privo di speranze.

Tanti altri sono i temi e gli spunti di analisi e riflessione di Paolo Borsellino. Essendo Stato, che meriterebbero di essere evidenziati, ma si andrebbe troppo per le lunghe. E’ certo, però, che il libro di Ruggero Cappuccio, con la versione teatrale e in linguaggio cinematografico a sedici anni dalla prima rappresentazione andata in scena al “Vittorio Emanuele”,a Benevento, ha un’intrinseca vitalità, che fa storia e cultura civica. E dice molto alle giovani generazioni sensibili alla costruzione di una società migliore. E di una giustizia giusta, cardine di quella compiutezza autentica, con cui si configura la  democrazia libera e plurale.

di Geo

Foto di Biagio Estatico

Nola. Al Museo storico – archeologico… incontro ravvicinato con Salvatore Quasimodo nel recital del figlio Alessandro

Ambientazione densa di suggestioni d’antico che rincorre la spirale del fugace presente, quella del Museo storico-archeologico dell’area nolana, per rendere Omaggio a Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura, nell’ambito delle iniziative del terzo ciclo dedicato alla correlazione tra “ Lettura e Solidarietà” e curato con  calda passione e tenace impegno da Carlangelo Mauro, poeta e saggista. Un’iniziativa – a cui ha arriso l’interessante bella risposta partecipativa di un uditorio attento ed interessato, soprattutto giovanile, ben superiore alle aspettative più lusinghiere- indetta ed organizzata dall’Ufficio diocesano per la Scuola, in collaborazione con le amministrazioni comunali di San Paolo Bel Sito e Nola, rappresentate nella convention letteraria dal sindaco Manolo Cafarelli e dall’assessora Monica Zimmaro, oltre che con la sezione cittadina della Federazione italiana donne arti professioni affari, rappresentata dalla presidente, la dott.ssa Maria Manganiello, mentre gli onori di ospitalità erano dati dal dottor Giacomo Franzese, direttore della struttura museale, che costituisce per la qualità degli eventi che ospita e promuove  un autentico presidio di vita e animazione culturale per le comunità del territorio e per le Scuole.

Fulcro dell’”Omaggio”, il recital con cui il figlio – Alessandro, attore e regista teatrale- ha letto e interpretato con fine dizione i testi poetici del padre, insignito del Nobel per la Letteratura nel 1959; un impegno artistico che Alessandro Quasimodo viene svolgendo da tempo nelle sedi delle istituzioni culturali di tutto il mondo, recitando le composizioni ‘paterne e di altri poeti e poetesse, quale messaggero della poesia e della letteratura italiana. Un itinerario di analisi e di diffusione della vasta opera creativa di Salvatore Quasimodo, magnifico traduttore sia di autori latini e segnatamente di Virgilio che dei lirici greci, tra le più vive espressioni della poesia contemporanea. E il poeta siciliano, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Mario Luzi compongono quel coro  voci assonanti e varie di pregnanza ideale, che danno anima all’Ermetismo, il fenomeno letterario che non solo fa da specchio delle inquietudini e delle sofferenze dell’uomo  del Novecento e dei suoi aneliti di pace e libertà, ma costituisce anche una delle maggiori e più originali  espressioni della cultura europea e mondiale.

Di particolare rilievo per la rivisitazione del mondo poetico di Salvatore Quasimodo, erano i testi espressivi di vita familiare, che Alessandro leggeva con fine dizione e commentava con trasporto amorevole; testi attraversati da profonde tracce di affetti e intense emozioni, tra cui “Lettera alla madre” e “Epitaffio per Bice Donetti” la prima moglie, “L’alto veliero”, dedicato alla seconda moglie e madre di Alessandro, la danzatrice Maria Cumani, quando era incinta di lui ed aveva “il mare nell’anima”.

Brigitte e Varvara Alexandrovna

La solidarietà è donna

Il passaggio dall’intimità familiare all’approdo e al riconoscimento del valore della solidarietà,quale fonte di vita, era focalizzato da Alessandro Quasimodo nel richiamo all’opera “ Io sono con te. Storia di Brigitte”, edito da Einaudi, in cui Melania Gaia Mazzucco racconta la storia dell’infermiera congolese, Brigitte appunto, perseguitata politica e privata di tutto, perché colpevole di aver curato gli oppositori del regime dominante a Kinshasa e  rifugiata in Italia. Un richiamo che faceva da ancoraggio alla lettura di “ Varvara Alexandrovna“, la composizione dedicata da Salvatore Quasimodo all’infermiera russa, da cui fu assistito amorevolmente per sei mesi nell’ospedale di Mosca,  dov’era stato ricoverato per un infarto, un’assistenza ammirevole, tanto che Varvara  riaccompagnò il poeta alla frontiera per essere sicura di affidarlo “in mani altrettanto amorevoli“. Ed ecco i verso della gratitudine,all’insegna della solidarietà: “Scotta la tua mano notturna, Varvara / Alexandrovna, sono le dite di mia madre / che stringono per lasciare lunga pace sotto la violenza. / Sei la Russia umana / del tempo di Tolstoj…”.

Quasimodo e laPoesia civile

nelle voci di Nika Nappi, Giovanni Vetrano e Federica Parisi giovani liceali

Uno spazio particolare era riservato  da Alessandro Quasimodo  ai testi, in cui il padre sviluppa temi di Poesia civile, tra cui Auschwitz – di cui si pubblica di seguito l’interessante saggio di commento sviluppato da Federica Parisi, che frequenta il Liceo scientifico statale “Enrico Medi” di Cicciano – e “Il mio Paese è l’Italia

Di commovente espressività, l’originale interpretazione e “lettura” in forma teatrale che Nika Nappi e Giovanni Vetrano, giovani dello stesso Liceo,   proponevano della celebre “ Laude 29 aprile 1945” espressione della pietas che il poeta vive e rappresenta, a fronte dello scenario di morte di piazzale Loreto, a Milano, con i diciotto gerarchi fascisti e Benito Mussolini, impiccati a testa in giù; scenario e, al contempo,  ludibrio che segnarono il tremendo epilogo dell’atroce e dura guerra civile che, all’interno dell’orrendo e devastante secondo conflitto mondiale, si era combattuta dal ’43 al ‘45 nelle regioni del Nord, tra i fascisti, alleati dei nazisti, e i partigiani della Resistenza per la Liberazione.

Nella Laude,  “dialogano”  il “Figlio” ucciso, impersonato da Giovanni Vetrano,  atteggiato nella figura di Cristo con le “mani bucate” che rivendica la pietas  al cospetto della  Madre, incarnata da Nika Nappi, che, invece, grida vendetta e sputa sul cadavere di Mussolini. E’ il FiglioCristo che  invita la folla ad allontanarsi dalla piazza. “Da secoli la pietà è l’urlo dell’assassinato”.  

E’ la pietas – evidenziava Alessandro Quasimodo– ad indicare l’itinerario del padre verso la fede cristiana; un itinerario scandito dai testi di poesia religiosa, tra cui spiccano la “Confessione”, in prima versione, successivamente intitolata “Si china il giorno” e “Thanatos Athanatos”,  a cui fa da suggello la struggente e forte invocazione …”Dio del silenzio, apri la solitudine“. E’ l’invocazione che parla da sola e va oltre la rigorosa razionalità delle certezze inconcusse, per attingere il sublime del sentire. E’ la trascendenza dello spirito.

Testimonial dell’evento, preziosa iniziativa culturale, in grado di coniugare Poesia e Storia, la splendida Mostra pittorica “ Quasi sognando Quasimodo …” Una sequenza di tele, in cui Lorenzo Maria Bottari racconta la solarità del Mediterraneo e la scintillante policromia della Sicilia, E’ visitabile nelle Sale del Museo di via Senatore Cocozza.

di Geo

No alla morte, morta ad Auschwitz

Saggio di Federica Parisi

La poesia di  Salvatore Quasimodo, intitolata Auschwitz, tratta dalla raccolta Il falso e vero verde” (1956), ci introduce in una delle pagine più esecrabili della storia della società occidentale. L’esordio della poesia presenta un’immagine spettrale in cui gli elementi osservati (il campo, i pali e i grovigli di filo spinato) concorrono ad evocare scenari freddi e desolati, dove il dolore si dimostra totalizzante a tal punto da oscurare ogni altra emozione nel lettore.

Auschwitz sarà ricordata come la porta dell’Inferno nel mondo moderno. Dante, nella “Divina Commedia”, incide sulla porta d’ingresso dell’”Inferno”, in cupi caratteri neri, la scritta “lasciate ogni speranza voi che entrate” – anche ad Auschwitz, potremmo dire, accade lo stesso – ma la scritta sovrastante il cancello d’accesso al famigerato Campo, tristemente nota, recitava: Il lavoro vi renderà liberi ,”ricordata anche da Quasimodo, ha un tono irridente ed evidentemente sadico nei confronti degli ebrei prigionieri e ridotti, ancora una volta nella storia, in schiavitù:

Da quell’inferno aperto da una scritta

bianca: “Il lavoro vi renderà liberi

uscì continuo il fumo

di migliaia di donne spinte fuori

all’alba dai canili contro il muro

del tiro a segno o soffocate urlando

misericordia all’acqua con la bocca

di scheletro sotto le docce a gas.

Il lavoro vi renderà liberi“: antitesi tragica in un luogo dove la libertà non può esistere. Ma se immaginiamo le agonie infinite che si sono consumate in quell’inferno, testimoniate anche dei versi di Quasimodo, non faremo fatica a comprendere che l’unico spiraglio di libertà poteva essere solo la morte

Come non restare commossi di fronte ai versi di questa poesia che evocano “le lunghe trecce chiuse in urne di vetro“, “le piccole scarpe“, i segni di migliaia di vite sacrificate in nome della pericolosa banalità racchiusa nella ideologia della razza pura; la “banalità del male” come ha scritto la filosofa Hannah Arendt.

La poesia di Quasimodo evoca Auschwitz come luogo della memoria, ma vuole ricordare all’umanità che il male è tanto infinito quanto l’amore. Ed è lo squarcio in cui il poeta si rivolge ad una persona cara, alla donna amata, 

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,

amore, lungo la pianura nordica

in un campo di morte

La parola “amore“ echeggia tre volte nella poesia, come per esprimere il netto “NO ALLA MORTE, MORTA AD AUSCHWITZ”.

Cicciano. “Dialogando con Etty”, i giovani conoscono la tragedia della Shoah

Concluso il ciclo degli eventi, promosso ed organizzato dalla comunità parrocchiale di San Pietro e Paolo e dal Comitato per le celebrazioni in onore di Sant’ Antonio Abate, in sinergia con l’Ufficio scolastico della Diocesi di Nola e con il patrocinio morale della civica amministrazione, per la riscoperta del perverso male  antisemita e razziale, da cui scaturì il genocidio degli ebrei, dei rom e degli zingari, attuato dalla Germania nazista. Filo ispiratore, la Mostra documentale per rivisitare il cammino esistenziale, familiare e sociale della giovane scrittrice olandese di origine ebrea, morta ad Auschwitz nel 1943.

Un’operazione di sicuro e qualificato spessore socio-culturale, quella su cui è appena calata la tela del simbolico sipario, con ambientazione nell’accogliente e ampio Centro Nadur Teatro; operazione, incentrata sulla Mostra documentale, dedicata al cammino esistenziale, familiare e sociale compiuto da Etty\Esther Hillesum, giovane olandese di origine ebraica, interessante figura d’intellettuale e acuta scrittrice, morta ad Auschwitz nel 1943. Una limpida testimone del suo tempo, tormentato e violento, di cui fornisce una plastica ed eloquente rappresentazione nelle pagine del Diario e delle Lettere – opere inserite nel cospicuo ed eccellente catalogo di Adelphi,tra le migliori espressioni dell’editoria italiana – al centro degli interessi di riscoperta e conoscenza della più rigorosa e attenta saggistica internazionale dei nostri giorni. E soprattutto una limpida testimone,che racconta il suo sentire e pensare, vivendo la stessa sorte di tutti i deportati destinati alla comune morte nel campo di sterminio più famigerato allestito dai nazisti nella Polonia che avevano occupato, devastandola e tenendola sotto scacco.

Sette le giornate di esposizione al Nadur  della Mostra, ambientata in laboratori e spazi con pannelli illustrativi dedicati, ch’è  stata visitata dalla gran parte delle classi degli Istituti statali dIstruzione superiori e dei Licei dell’area nolana, con presenze di gruppi di trenta giovani, a turno; una modalità logistica, per  favorire un approccio più avvertito e diretto possibile con il mondo ideale e l’approdo di Etty alla fede e a Dio-Carità verso gli altri, quale cardine della transizione dall’io al Noi, nel segno del Deus Caritas Est, quale è vissuto e concepito dal “Cuore pensante proprio di Etty. Una scelta logistica mirata e coerente per agevolare la comprensione dei delicati temi della Mostra, intitolata , a ragion veduta.“Il Cielo vive dentro di me”.

Letture, poesia, teatro e larte del deserto

A suggello della rassegna, omaggio alla Giornata della Memoria -dopo gli indirizzi di saluto dati ai giovani dal vescovo  Francesco Marino, Padre Mariano Amato, don Virgilio Marone e la consigliera comunale Lucia Marotta, in rappresentanza del sindaco Giovanni Corrado– con i ragazzi e le ragazze della Scuola media cittadina “Giovanni Pascoli”, che, coordinati dalla professoressa Teresa Rega, leggevano con lineare espressività di dizione significative frasi tratte dai “Diari” e dalle “Lettere” di Etty. Sulla loro scia, Bianca Lapesa, leggeva i versi da lei elaborati per la composizione intitolata “Una donna speciale”, ispirata dalla vita di Etty, “una donna che ha imparato a leggere Dio in se stessa”, mentre Laura Sfeclisa Lacrimoara, liceale del “Medi” cittadino, leggeva versi dettati dalla sua positiva esperienza di vita, che l’ha condotta dalla Romania ad incontrare amore e amicizia “dentro e fuori l’ aula” del Liceo di via Madre Teresa di Calcutta; erspeirenza che le fa scrivere…/ le diversità si ricompongono \ nell’unità meravigliosa della famiglia umana,\ la famiglia che tutti noi siamo \ abitanti di Madre terra dentro e fuori l’aula \ dentro e fuori i confini”.

Di rilievo, la lettura,in originale forma teatrale,della vicenda esistenziale di Etty, attraverso le sue opere, con il racconto fatto dai giovani liceali – coordinati dalla professoressa Cecilia Faiella– e testi  “montati” dal professore Carlangelo Mauro; un compendio di testi, intitolato “Le voci di Etty”, in cui l’autore ripercorre le fasi della vita della protagonista dalla depressione alla conoscenza di sé e alla fede in Dio, attraverso il legame con l’allievo del celebre psiconalista Carl Gustav Jung, il dottor Julus Spier, che, avvalendosi della Psicochirologia, lo studio delle mani, interpreta gli impulsi della sua anima e le pulsioni del suo carattere. Una lettura teatralizzata”, in cui spiccano frasi e pensieri della scrittrice, ma anche citazioni di Pascoli, Leopardi, Quasimodo, Blaise Pascal, Vittorio Messori, “ cercando di seguire- afferma Mauro–  l’invito di Etty all’abolizione del diritto d’autore, perché il monito della scrittrice, secondo il qualetutti gli uomini dovrebbero essere fratelli”, avrà possibilità di essere realizzato solo quando i diritti d’autore saranno stati aboliti e quando tutti potranno liberamente pescare liberamente dalla grande riserva comune ch’è stata creata dall’umanità nel corso degli secoli. E’ il patrimonio comune- conclude Mauroche costituisce l’ umanesimo, in cui  Etty si riconosce e crede”.

Sull’ itinerario umanistico prefigurato nella condizione di vita di Etty si innestava l’intervento di ripudio contro ogni forma di razzismo e del risorgente anti – semitismo , nel discorso sviluppato da Angelo Moretti della Caritas di Benevento, tra gli ideatori del Manifesto per una Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, che deriva dal “desiderio di fare sintesi della lezione di Papa Francesco  sulla solidarietà umana e sulla solidarietà ecologica, pensando il Creato e l’ecosistema come un sistema interdipendente, retto da un’unica missione: la salvezza degli uomini e delle donne”.

Allo scenario animato della Giornata della Memoria non poteva mancare il bello dell’arte ch’è l’antitesi del male e dell’odio, con cui gli uomini si degradano e immiseriscono, al di là di tutte le ricchezze materiali e di qualsiasi potere siano in grado di utilizzare e disporre contro i propri simili. E’ il bello dell’arte rappresentato dall’opera composta open air e in presa diretta da Mustapha Taaba, in visita alla Mostra “su” Etty. Artista originale, Mustapha Taaba– algerino- è celebre per le composizioni pittoriche che crea, manipolando la sabbia del deserto sahariano. Un atto d’onore alla pittura coniugato con l’omaggio all’ arte del pentagramma con gli interventi musicali e canori di don Mimmo Iervolino, cantautore e parroco a Pomigliano d’Arco, mentre Ondina Furnari, docente di lettere, si esibiva in una magnifica performance con il violino.

di Geo

Baiano. Conoscere la Shoah, per non dimenticare

All’”Incontroproiezione del documentario LEccidio di Nola e conversazione aperta con Padre Mariano sulla lezione di vita di Etty Hillesum, giovane donna olandese ebrea immolata nel campo di sterminio allestito  nella Polonia occupata dai nazisti ad Auschwitz.

E’ programmata per giovedì – 23 gennaio- con anticipazione rispetto alla data istituzionale del 27  per ragioni organizzative, la Giornata della Memoria, evocativa della tragedia della Shoah, recependone la testimonianza di monito per l’attualità dei nostri giorni, a costruire le ragioni delle pacifica cooperazione tra uomini e popoli, fugando tutti i cedimenti possibili – manifesti e dichiarati  o mascherati da opportunismi politici – ad ogni forma sia di razzismo ed etnocentrismo, sia di totalitarismo.

L’appuntamento è previsto nei locali del Circolo socio-culturale “LIncontro”, per giovedì prossimo alle ore 18,00. A far da prologo, la proiezione del documentario realizzato da Felice Ceparano -cultore di storia patria e locale- intitolato “LEccidio di Nola”, presentato ufficialmente il 15 aprile scorso alla Camera dei deputati, con l’intervento di rappresentanti delle istituzioni italiane e tedesche e l’ acuta ed efficace analisi storica, sviluppata da Paolo Mieli. E’ il racconto  della prima strage per rappresaglia, compiuta in Italia dalle truppe della Germania nazista, punteggiato dalle voci delle ultime testimonianze dirette e vive di coloro che nella città di Giordano Bruno hanno conservato il ricordo di quel triste 10 settembre del 1943, quando si consumò l’Eccidio  nella seicentesca ed imponente Caserma del “48”, a piazza d’Armi.

Alla proiezione del documentario- con durata di circa mezz’ora- seguirà la rivisitazione della Shoah  nel contesto temporale e delle tante tragedie, con cui fu intessuta la seconda guerra mondiale. Una rivisitazione che sarà animata dalla conversazione di Padre Mariano, che guida la comunità parrocchiale di San Pietro e Paolo, a Cicciano. Un itinerario di riflessione, ispirato dal pensiero e dalle opere di Etty– Esther- Hillesum, la giovane donna olandese ed ebrea, uccisa nel ’43 insieme con i familiari e tanti altri correligionari,  nel Campo di sterminio, la Grande fabbrica di morte, che i nazisti fecero “funzionare” per anni ad Auschwitz.

di Geo

La scomparsa di Franceschino. Il cordoglio delle comunità parrocchiali della Madonna del Carmine di Nola, Avella e Baiano, di cui è stato operosa presenza e testimonianza di solidarietà

Don Francesco Tulino, una biografia speciale: da padre di famiglia a sacerdote, vivendo lo spirito cristiano e di dedizione al prossimo.

Un percorso lineare, quasi previsto e prevedibile, com’ era congenito e congeniale all’essenza del suo stile di vita, intessuto di forti sentimenti religiosi, docilità e innata benevolenza verso tutti, quello compiuto da Francesco Tulino – per familiari, amici e conoscenti Franceschino, semplicemente e tout … court- per approdare gradualmente al diaconato e alla professione dei voti sacerdotali al servizio del prossimo e della Chiesa. Un percorso di vocazione e fede verso Dio, che integrava e arricchiva quello già condotto nell’operosa vita laica vissuta in famiglia con la figlia Giulia – aveva sposato Elena De Luca, di cui era restato vedovo- e come diligente funzionario dell’amministrazione statale del Ministero del Lavoro, a Napoli, senza far mai registrare un’assenza da quell’ufficio, in cui aveva cominciato a lavorare poco più che ventenne, facendosi carico e riferimento con mamma Santina e  da primogenito  di otto, tra fratelli e sorelle, dopo la prematura morte del padre Raffaele

… E, quando chi scrive, gli chiese di poter continuare a chiamarlo come al solito Franceschino, anziché far ricorso all’ormai ricorrente e comune don Francesco, sia per la missione diaconale che segnatamente per quella sacerdotale che- tredici anni fa- aveva fatto propria, potendo officiare la celebrazione eucaristica, n’ebbe risoluta ed oltremodo … incoraggiante risposta favorevole, perché tutto restava come sempre. La nostra, d’altro canto, è stata un’amicizia stretta e di lunga data; e l’uso del ”don Francesco” con tutta franchezza appariva- a chi scrive-  troppo ridondante, finendo per far velo e quasi distacco verso la dimestichezza e la consuetudine dei rapporti che, inalterati e costanti si sono conservati fino ai giorni correnti; rapporti, che risalivano  a cavallo degli anni ’40 e ‘50 del secolo scorso, ancorati a quel piccolo grande mondo che per tanti di noi delle generazioni degli anni ’30, ’40 e ’50 è stata l’Azione cattolica della comunità parrocchiale di Santo Stefano.

Era il nostrano piccolo grande mondo, che viveva, nel tempo libero dallo studio o dal lavoro, in larga parte e tutti i giorni negli accoglienti spazi del primo piano della Casa canonica della Chiesa dedicata al Protomartire della cristianità; spazi, che ospitavano due magnifici e ottimi tavoli di ping-pong, sia per la qualità del rimbalzo assicurata alla pallina, sia per farle imprimere traiettorie imprevedibili e curvilinee  con colpi soft di racchetta ad “effetto” che disorientavano l’avversario. E il tavolo che occupava il bel “salone centrale” era stato realizzato a regola d’arte da un eccellente falegname del tempo, Pasquale Barbarisi, nonno del caro amico Pasquale, mentre l’altro era stato allestito con il laborioso ed ingegnoso “facciamo da noi ”, utilizzando ben stagionate tavole di castagno -donate dall’imprenditore  Salvatore Boccieri, che gestiva il vicino sito per lo stoccaggio e la commercializzazione di legnami pregiati, e fratello del parroco Stefano– la giusta dose di stucco da applicare  per garantire l’uniforme tenuta dell’impianto del tavolo con due simmetrici e solidi supporti-sgabelli di geometrica fattura, calibrati morsetti a tenuta sicura e rigida, vernice  verde spalmata ad arte sulla nostra “opera”, delimitata da uniformi strisce di bianca vernice. E un po’ tutti eravamo giocatori di veloce e buona caratura -nel singolo e nel doppio- di tennis da tavolo, formando ben assortiti e solidi team spesso impegnati in prolungati e spettacolari Tornei a Nola, in cui si fronteggiavano le migliori formazioni dei Circoli della Gioventù dAzione cattolica -in sigla Giac– dell’area diocesana. E davvero super per tecnica erano i team di San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, Marigliano, Nola e, noblesse oblige,  dell’indomabile e indomita GiacBaiano.

Con il ping-pong “Re” di quel piccolo grande mondo  fungevano da … improbabili campi di calcio, non solo un mini rettangolo di suolo retrostante la Casa canonica e l’intero “rustico in tufo e parzialmente abitato”  di quello che doveva essere un … Ospedale, ma anche la strada-viale in pendio, ‘o stradone  che immette sul sagrato della Chiesa parrocchiale; improbabili campi di calcio per partite giocate allo … stremo delle energie, ma che per noi valevano ben più del “Bellofatto” teatro di scena delle imprese del Baiano, specie degli Zanollaboys, o del “Vomero”  in cui brillava il Napoli d’epoca che contava nella comunità cittadina “tifosi” in gran numero. Come ora

Del nostrano piccolo grande mondo il lievito per noi appena adolescenti che s’affacciavano all’età giovanile, era costituito a cadenza settimanale da incontri e discussioni aperte su temi cultura religiosa, attualità e modalità organizzativa di iniziative e manifestazioni in cui venivamo direttamente coinvolti, con la coordinazione dall’assistente spirituale di turno, nel quadro, per dir così, della pedagogia per il laicato cattolico, ispirata dalla dottrina sociale cristiana; un ruolo, esercitato nel corso degli anni da giovani sacerdoti di spiccata formazione culturale e buone letture, tra cui don Ennio Pulcrano, don Antonio Esposito, don Luigi Cacciapuoti don Pasquale Vivolo e don Pasqualino Sepe. 

Una realtà, di cui Franceschino era per  molti versi era anima e artefice nello stesso tempo, combinandosi con Stefano Scotto, ch’è stato un buon insegnante di Scuola elementare ed onesto pubblico amministratore, scomparso una decina di anni fa. Venivano chiamati i “comparielli” ed avevano sposato due sorelle, Franceschino, come ricordato, Elena, e Stefano, Gilda De Luca, anch’ella  insegnante bemn preparata e meticolosa. Un duo assortito al meglio, contrassegnato dall’appartenenza alla stessa generazione metà anni-30, a cui si associava Aldo Conte, Alduccio, eclettico per dialettica e perspicace dalla battuta ironica facile, anch’egli ben stimato insegnante di Scuola elementare.

Poi, la svolta degli anni  ’70, per i tanti di noi che avevano vissuto quel piccolo grande mondo urgevano altre esigenze familiari e responsabilità di vita e sociali. E l’Azione cattolica, com’era giusto che fosse,alla luce del Concilio Vaticano II, delle visioni di Giovanni XXIII e di Paolo VI era chiamata ad interpretare e a rappresentare altre istanze. Quel piccolo grande mondo s’è dissolto,per naturale divenire delle umane cose; e in chi lo ha vissuto ha impresso tracce indelebili. Senza nostalgia. 

Franceschino ha proseguito l’itinerario intrapreso con la bussola d’orientamento di sempre. Da sacerdote, al passo con i tempi. Con l’umiltà e la semplicità immutate del suo stile di vita e comportamento.

di Geo

Ed ecco il testo dedicato a Franceschino dalla comunità parrocchiale di Santo Stefano, primo martire della cristianità e patrono di Baiano, dov’era nato e viveva:

Grazie,

don Franceschino carissimo: hai creduto nell’Amore di Dio e docilmente ti sei lasciato guidare in una esistenza semplice, ma fatta di esperienze diverse, che hai cercato di rendere tutte significative.

Grazie per la tua sensibilità che ti ha permesso di entrare, discretamente ma con amore vero, nella vita dei fratelli.

Grazie per come hai riscoperto e amato la Chiesa con la luce della spiritualità dell’Opera di Maria.

Grazie per la testimonianza efficace che hai reso nella nostra comunità e per l’entusiasmo con cui hai sostenuto l’ opera missionaria di Suor Pina.

Grazie per il tuo servizio, pronto, costante e soprattutto disinteressato.

Sicuramente continuerai ad essere un dono, ancora più grande, per tutti noi.

Cicciano. Al Centro Nadur, la Mostra su Etty Hillesum per conoscere la tragedia della Shoah

Notevole afflusso di visitatori, distribuiti in gruppi d’accesso agli spazi espositivi. L’interessante novità del Laboratorio sensoriale.

S’intitola “Il Cielo Vive dentro di Me”, la Mostra documentale che rivisita la figura e il pensiero di Etty Hillesum, olandese e morta- ventisettenne- ad Auschwitz nel 1943. Un itinerario di conoscenza del passato, guardando il presente del Terzo Millennio, attraverso una testimonianza di intensa capacità di riflessione, qual è quella che esprime la giovane donna immolata nel campo di sterminio polacco. Allestita negli spazi del Centro Nadur, dove resterà aperta al pubblico fino al pomeriggio di giovedì, 16 gennaio, la Mostra, inaugurata venerdì, sta facendo registrare un notevole afflusso di visitatori, soprattutto di gruppi provenienti dalle Scuole e dagli Istituti statali d’Istruzione superiore dell’area nolana. Molte le famiglie con i bambini in visita alla rassegna.

Per la maggior parte dei visitatori, Etty Hillesum e il suo mondo di idee costituisce una vera e propria scoperta, alla luce di un vissuto, raccontato con penetrante e suadente scrittura nel Diario e nelle Lettere; un vissuto che si colloca in uno dei periodi più tristi e bui della Storia del Novecento, qual è quello segnato dalle immani e sconvolgenti tragedie della seconda guerra mondiale e dalla Shoah generata dal razzismo e dalle persecuzioni contro gli ebrei e le minoranze etniche dei rom e degli zingari – colpevoli soltanto e proprio della condizione d’essere nati ebrei, rom e zingari di cui si rese responsabile e artefice la Germania nazista.  

Coloro che hanno modo di ri-scoprire   Etty Hillesum, attraverso il caleidoscopio delle pagine del Diario e delle Lettere ne restano coinvolti e affascinati per la delicatezza dei sentimenti e dei pensieri. Ben significativa la valenza del giudizio di Papa Benedetto XVI nell’Udienza Generale del 13 febbraio 2013 …. “ Penso – dichiarò -anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa …..Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore…”

Il percorso della Mostra  si articola in tre fasi che rappresentano le  tappe del percorso di consapevolezza di Etty  che approda alla conciliazione con se stessa e apertura verso gli altri, con la forte e motivata attitudine di ascolto attivo, per recepirne bisogni e istanze.

I primi 12 pannelli della Mostra raffigurano immagini, dati storici e pagine del Diario.

Il pubblico viene introdotto nella seconda fase con un Laboratorio sensoriale che attraverso l’utilizzo dell’olfatto e dell’ascolto di sé viene invitato a mettersi in contatto con se stessi e in ascolto della voce narrante di alcune pagine salienti del Diario di Etty.

Il terzo step della Mostra fa “ripercorrere” i pannelli che illustrano il rapporto che Etty ha costruito con Dio, con gli amici e con il tutto. In questa fase Etty termina di scrivere il Diario e scrive le Lettere agli amici; un racconto, quelle delle Lettere, in cui riporta le descrizioni del Campo di Westerbork, il Campo di transito che “ospita” i deportati olandesi, per essere avviati  al Campo dei forni crematori e delle camere a gas operante come fabbrica di morte super-efficiente  ad Auschwitz, in Polonia. Un racconto intessuto di descrizioni dettagliate di coloro che venivano avviati al destino di morte, vittime sacrificali di una violenza cieca. Ed è impressionante la scrittura di Etty nel fissare in ogni situazione barlumi di umanità.

L’itinerario della Mostra si chiude con il venticinquesimo pannello che riporta la cartolina che Etty scrive il 7 settembre 1943, quando lascia il Campo di transito di Westerbork  per il destino di morte, che l’attende …  

Etty lancia dal vagone del treno una lettera che dei contadini raccolgono e consegneranno alla sua amica Christine Van Nooten. In questa cartolina Etty  descrive l’improvvisa partenza per un ordine mandato al campo per lei e la sua famiglia direttamente dall’Aja: lasciano il campo cantando con i saluti “Arrivederci da noi quattro”.

E’ la scena, in cui i visitatori sono invitati a specchiarsi   viene loro dato in dono uno specchietto, su cui scriveranno il proprio nome. E’ lo specchietto che contiene l’invito a guardarsi dentro come ha fatto Etty, per incontrare l’umanità.

“Fare visita alla Mostra– dice la giovane l’avvocatessa Nunzia Coppola, impegnata nel sociale e nella civica amministrazione come consigliere comunale – è un dono che si fa a se stessi e alla memoria di tanti che sono stati strappati alla vita, ma è anche  un modo per ricordare le tante piccole Shoah che vivono persone come Mousta, artista di sabbia, proveniente dal deserto algerino che ha voluto conoscere una donna che ha vissuto ciò che oggi lui vive. Mousta– conclude Nunzia Coppola– durante il percorso ha vissuto forti emozioni e alla fine ha lasciato come dono la sua rappresentazione di Etty in un disegno che riporta il fiore Etty con colori e sfumatura diverse e sovrastante  l’incontro con Dio nell’abbraccio”.   

Un’eccellente iniziativa etica e culturale che arriva da Milano  e si deve ai curatori, guidati dal professore Gianni Mereghetti, realizzata, anche in video, con stretta collaborazione dei liceali della Fondazione del Sacro Cuore e degli studenti di tutte le Università della città meneghina.

di Geo

Capitale italiana della Cultura, edizione 2021. Capaccio-Paestum, Castellammare di Stabia, Giffoni Valle Piana, Padula, Procida e Teggiano candidate all’ambita investitura: Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella inaugura domenica Parma2020

Matera ha vissuto il 2019 all’insegna della straordinaria esperienza di Capitale europea per la Cultura,  cedendo il testimone per il 2020 a Galway in Irlanda e a  Fiume, in lingua croata Rijeka, che s’affaccia sull’Adriatico nel cuore del Quarnaro, modello di città cosmopolita e plurietnica per antonomasia con un ragguardevole patrimonio di memorie storiche per lo più ancorate alla Mitteleuropa asburgica, specie sul versante delle relazioni con l’Ungheria, senza dire del fascino delle bellezze paesaggistiche e naturalistiche, che la rendono uno dei maggiori poli attrattivi dei flussi turistici europei. 

In stretta analogia e correlazione,  con le importanti e significative ricadute in positivo che per la “Città dei sassi” ha rappresentato nella dimensione europea l’anno appena trascorso, sia in termini di riscoperta che di ribalta internazionale, Parma si appresta, intanto, a vivere il 2020 all’insegna della Capitale italiana della Cultura, con un palinsesto composto da 500, tra eventi e manifestazioni di alto profilo, con l’attivo coinvolgimento delle associazioni, onorando e facendo conoscere al meglio e compiutamente il ricco patrimonio umano e artistico che vanta la città, tra le più evolute nel panorama nazionale ed europeo per la qualità di vita e le opportunità di crescita civile che offre. E’ una città- va evidenziato- che investe nove milioni di euro, in media annua, per gli avvenimenti d’interresse sociale e culturale, con larga partecipazione di attori privati  per una quota d’intervento economico che supera i cinque milioni. E con Parma l’obiettivo è  aperto su Piacenza e Reggio Emilia, in grado di fare sistema territoriale, dalla cultura all’enogastronomia.

La cultura batte il tempo è filo conduttore del palinsesto di Parma2020. E’ il tema che focalizza, da un lato, il senso dello scorrere del tempo e, dall’altro, l’esigenza di proporre un modello urbano di città e uno stile di vita che rendano l’uomo libero dalla pressione che proprio lo scorrere del tempo, incalzante e veloce, esercita nella quotidianità del vivere. E domenica, alle ore 12,00 al Teatro regio, cerimonia istituzionale di Parma2020, con ospite d’onore il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in serata assisterà alla “prima” della Turandot di Giacomo Puccini.  

E con Parma che si fregia dell’investitura di  Capitale italiana della Cultura per l’anno in corso, è stato già diffuso il bando concorsuale di partecipazione per il 2021, secondo le disposizioni della legge Art bonus del 2014, messa a punto e proposta  dal Ministro per i beni, le attività culturali e il turismo,Dario Franceschini. Paese. Alla scadenza dei termini sono 44, le città italiane che hanno risposto al bando. 

Per la Campania, in competizione sei città, che si citano in ordine alfabetico, CapaccioPaestum, Castellammare di Stabia, GiffoniValle Piana, Padula, Procida e Teggiano; un ricco e  variegato panorama di sistemi urbani e  realtà socio-territoriali con cospicui patrimoni storico-archeologici e artistici, oltre che naturalistici e paesaggistici da esibire, vere e proprie credenziali di interessante e solido profilo, per poter competere alla pari con le altre città aspiranti all’investitura del riconoscimento di Capitale italiana della Cultura. Un’ investitura che genera per se stessa effetti a raggiera in termini di promozione e sviluppo turistico, per un importante opportunità di riscoperta e di valorizzazione dei territori che ne saranno gratificati. E tra le candidature spiccano quelle di Genova e de LAquila.

I dossier con progetti e programmi di manifestazioni ed iniziative, comprese le audizioni dei soggetti proponenti, saranno vagliati dalla competente commissione e la prima scrematura si registrerà il 30 aprile, quando sarà reso ufficiale l’elenco ufficiali dei primi dieci Comuni finalisti. Il successivo esame delle proposte progettuali permetterà alla commissione entro il 10 giugno di comunicare al Ministero dei beni e attività culturali la candidatura della selezionata, da insignire del titolo di Capitale italiana della cultura 2021, con provvedimento ufficiale del Consiglio dei Ministri. Considerevole la dotazione economica riconosciuta alla città prescelta. E’ pari ad un milione di euro, quale investimento di supporto all’attuazione del programma degli eventi presentato.    

di Geo

Gallo di Comiziano. Coinvolgente performance del Presepe vivente con protagonisti: Pullecenella, San Gennaro, San Nicola, il Cantastorie e centinaia di figuranti

E’ stata una straordinaria esperienza, e ancor più gratificanti sono state la risposta partecipativa e le generali valutazioni di plauso e consenso dei tanti visitatori che hanno vissuto la narrazione della Natività di Gesù sul palcoscenico del centro storico di Comiziano, di cui Gallo è simbolo ed emblema- dice Teresa Tortora, la giovane presidente della Pro Loco cittadina, promotrice ed organizzatrice d’ ‘O Presepee Pullecenella  approdato alla quindicesima edizione- facendo da suggestiva e coinvolgente ambientazione per un’emozionante e  significativa espressione di Teatro popolare en plein air.

L’impegno e il lavoro di preparazione profusi per tanti mesi sono stati premiati, rendendo onore all’intera comunità mobilitata per il buon esito della rappresentazione. Credo- sottolinea Teresa Tortora– che la lezione di Lina Wertmuller – regista tra le più brillanti ed originali nel proporre cinema d’autore e di costume- sia ormai  l’ elemento largamente recepito e condiviso da tutti gli interpreti e figuranti che vengono animando il Presepe vivente fin dalla prima edizione del 2005. E’ la lezione per la quale il senso del racconto della Natività di Gesù non si risolve nella sua statica contemplazione, ma si ravviva anche e soprattutto se viene correlato con dati di criticità  e situazioni problematiche del tempo presente, quasi per interfacciarlo con la realtà. E’ il modo più efficace per far conoscere il messaggio cristiano nella quotidianità”.

O Presepee Pullecenella– che da quindici anni va in scena a Gallo–  alla luce delle spettacolari performance realizzate  è ormai diventato un Classico segnatamente nell’area nolana, catalizzando anche  gli interessi dei tanti che nell’area metropolitana di Napoli sono veri cultori del Teatro popolare e delle rappresentazioni della Natività. E la conferma, con presenze superiori ad ogni più ottimistica previsione, si è registrata nelle due giornate dedicate al Classico per l’edizione su cui è appena calato il sipario, ispirata in ampia misura alla matrice dei maggiori autori  della tradizione letteraria e teatrale napoletana del ‘700  e dell’ 800, specie per la rigorosa selezione dei testi da recitare. Un utile e importante lavoro filologico. 

Confermato l’impianto scenico, che scivola lungo via Raffaele Napolitano, a cui fanno ala i palazzi otto \ novecenteschi che conservano in larga parte l’originaria fisionomia di buona e solida architettura rurale, con alti e bei portali; e sono proprio le spaziose corti e i bei cortili in pavimentazione di pregiata pietra vulcanica bianca,a far da sfondo ai quadri tematici della narrazione ravvivati da musica, balli, canti e recitazioni di centinaia di figuranti in sgargianti e variopinti costumi sette \ottocenteschi. Una filiera di quadri legati alla tradizione che variano di edizione in edizione, così come sono mutevoli, a maggior ragione, quelli connessi con l’attualità. E per l’edizione conclusa da qualche giorno, a  catalizzare l’attenzione dei visitatori- ammessi nelle corti e nei cortili per scaglioni per la soglia non superiore ai trenta- erano i quadri interpretati dai contadini e dai pastori, toccando l’apice scenografico e interpretativo con il quadro dedicato alla Natività, mentre le problematiche d’attualità era in rassegna con i quadri  ispirati alla ruota degli esposti,al matrimonio e al dramma dei flussi degli emigranti dall’Africa nell’Europa comunitaria.   

A far da guide narranti, Pullecenella, interpretato con verve da Sergio Spampanato, che cura con grande passione e bello stile la regia dell’evento fin dalla prima edizione,San Gennaro e San Nicola patrono della comunità locale- particolarmente venerati nelle regioni del Sud e rappresentativi della Cristianità delle origini- interpretati da Francesco Ruotolo e da Angelo Aliperti. Il sigillo alla rappresentazione era impresso dal  Cantastorie -interpretato da Gennaro Sposito– con il monito e l’appello ad evitare le trappole non solo del consumismo e dell’affannosa ricerca della ricchezza, ma anche del sempre più diffuso costume sociale, per il quale l’apparire emargina e nullifica  i valori autentici della vita e della solidarietà.

di Geo (Foto di Michele Miele)

Annino De Rosa e il filo diretto tra il Baiano calcio e il Torino

“Tifoso” storico del Toro, è un’”Istituzione” calcistica che, forse, dice poco- o quasi poco- alle nuove generazioni che nella piccola comunità locale seguono le vicende sportive in genere e del “ Cerbiatto” in particolare, ma che conserva inalterata la sua passione per il club del Grande Torino, la cui epopea negli anni del secondo dopo-guerra mondiale è tra le più splendide e magnifiche pagine della storia dello sport italiano. Un’“Istituzione” incarnata da Annino De Rosa, che … viaggia verso gli 80 anni e che, sebbene costretto a restare in casa, vive sempre con intensità forte la passione di inossidabile “torinista”. Una passione, associata in modo particolare a quella per il Baiano che furoreggiò lungo la traiettoria che cominciò a correre dal biennio 1944\1945 – l’anno delle gagliarde e vibranti partite con le rappresentative delle truppe inglesi, con prevalente contingente scozzese, acquartierate nell’area del Fusaro, ad Avella,  mentre gli ufficiali alloggiavano  nel palazzo di “don” Pietro Boccieri, uomo dabbene e signorile, ’ncoppa ’a Teglia, ’nanze ’a Marunnella e, nell’allora strada interpoderale di via Olmo, il “Bellofatto” era delimitato da semplici staccionate in legno di castagno, per separare il pubblico sempre folto, ben pronto, però, all’ immancabile ”invasione di campo” se le cose … non filavano per il verso favorevole ai propri beniamini in casacca granata, e i giocatori – per protrarsi fino  agli anni ‘70\’80.      

    Una traiettoria che Annino   ha seguito da inveterato “tifoso” dell’eclettico Baiano\Cerbitatto, collezionando le pagine sportive de “Il Mattino” e del “Roma”, del  “Corriere dello Sport” e dei settimanali regionali ad alta tiratura quali erano Lo Sport del Mezzogiorno e SportSud che con la direzione di Gino Palumbo innovò profondamente grafica, impaginazione e intitolazione, facendo testo per la stampa nazionale. Era la collezione delle pagine di cronaca che raccontavano il Baiano\Cerbiatto sotto tutte le angolature possibili e che per Annino erano- e sono-uno scrigno di … gemme. Ma Annino, al contempo, collezionava- come ancora colleziona- la “Bibbia” dei “torinisti a denominazione d’origine controllata”, qual è Tuttosport, oltre che  La Gazzetta dello Sport” e quel pregevole ed ineguagliato rotocalco qual è stato “Il Calcio Illustrato”. Una forma di contrappunto per seguire da … vicino il Torino, così come si dedicava al “suo” Baiano. Due passioni, due amori, attraversati e ravvivati dal Granata, simbolica espressione di spirito agonistico indomito e indomabile.

    E, per salutare il passaggio del testimone del 2019 al 2020, Annino ha diffuso la classica locandina di buon augurio nei Circoli e locali di ritrovo cittadini e, neanche a dirlo, della vicina Casamarciano che ha sempre frequentato per rapporti parentali e amicali. Una locandina,in cui campeggiano due parole-chiave: cuore e fede. Sono parole-chiave schiette e semplici dell’amore per lo sport e per il calcio dei tempi andati, quando i giocatori del Baiano ricevevano dalla “società” la maglia di squadra, tassativamente granata, e per il resto del corredo atletico provvedevano a proprie spese, nello spirito del dilettantismo più genuino e verace,  e quando il Torino, pur nell’orbita del professionismo, nell’immaginario collettivo era pur sempre la squadraoperaia per antonomasia, in antitesi alla …”padronale” Juventus, ma soprattutto erede del Grande Torino, la cui favola si concluse il 4 maggio del 1949 con lo schianto dell’aereo sulla collina di Superga. Era l’aereo, su cui viaggiavano gli Invincibili granata di ritorno nel capoluogo piemontese, dopo la partita in amichevole con il Benfica, in Portogallo.

    Una tragedia, che Annino De Rosa per anni ha avuto cura di far commemorare con la celebrazione eucaristica nella Chiesa di Santa Croce. E  tra gli sfilacciati ricordi fanciulleschi di chi scrive queste noterelle, c’è quello della Messa di commemorazione fatta celebrare- qualche settimana dopo il disastro- a cura dell’ Ac Baiano proprio nella Chiesa Madre. La celebrazione fu officiata dal Rettore, don Ciccio Napolitano, in un’atmosfera di calda commozione, con la Chiesa Madre cittadina letteralmente gremita fedeli. Tutti i giocatori del Baiano, di prima squadra e delle formazioni giovanili, indossavano la casacca granata. E, a rito sacro concluso, un lungo corteo raggiunse il sito del Monumento dei Caduti in Guerra in piazza Francesco Napolitano, per deporre un grande corona d’alloro e fasci di rose rosse. Un atto d’omaggio dovuto e doveroso, verso lo spirito di rinascita rappresentato dalle imprese del Grande Torino, che rinfrancavano l’Italia uscita dalle brume e dalle tristi atrocità e devastazioni della guerra.

di Geo

Navigazione articolo