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di ra.na. & co… contro "il sistema" della camorra dell'usura e della violenza, è un blog indipendente, nato dall'idea di persone libere che hanno a cuore le sorti della loro terra, l'Area Nolana

Archivio per il giorno “giugno 29, 2019”

Un giglio del ’77: “un certain regard”

Se ne era parlato tante volte fra di noi, amici e compagni, di lanciarci nell’avventura, ma con l’intima convinzione che sarebbe finita come negli anni precedenti con il consueto nulla di fatto, perché “prendere il giglio” a quei tempi era un’impresa riservata a famiglie o personaggi con robuste e consolidate finanze, in grado di coprire spese cospicue senza patimenti o pentimenti di alcun genere. Questo non c’impediva di fantasticare giorno dopo giorno su come organizzare un giglio “diverso”, mettendo in campo ciascuno un’idea (anzi, più di una) sul rivestimento, sulla musica, sulla paranza e così via con l’intento di aggiornare lo stato dell’arte (mentale) e rendere obsoleto il precedente punto di sintesi e di condivisione.

Bene, senza scomodare San Paolino, mi limiterei a dire che accadde l’imprevedibile, alla stregua di un grande fiume che scorre placido e sonnacchioso nel suo letto ed improvvisamente cade con un magnifico salto per decine di metri verso il basso. A quei tempi gli 8 gigli e la barca erano assegnati ai richiedenti per l’anno successivo la sera stessa in cui si esauriva la processione degli obelischi dell’anno precedente. Provati dalla estenuante giornata di festa, si erano seduti, il gruppetto dei miei amici di sempre, sulle sedie arringate fuori dal circolo Giordano Bruno lasciate libere dai soci più anziani di quel sodalizio che avevano già guadagnato la via di casa. Li trovai lì, di ritorno da una veloce doccia ed un cambio di maglietta, recando una straordinaria torta che mia madre aveva confezionato: esterno di pasta frolla, strato di pasta di mandorle (niente panetto, mandorle sgusciate una ad una, pelate dopo bagno in acqua bollente, passate in forno e poi triturate con zucchero a velo), uno strato di crema pasticciera, un altro di marmellata di amarene (manifattura casalinga, è ovvio), ricopertura ancora con pasta di mandorle zigrinata con una paziente forchetta. Senza pudica modestia, direi “lode a mia madre”, nel senso che quella torta meritava, più che la lode, una vera e propria ode.

Intenti alla bisogna, vedemmo sopraggiungere il dott. Dubbioso, assessore al quale era delegata, fra l’altro, l’assegnazione dei gigli per l’anno seguente, che ci comunicò che il giglio del sarto era rimasto “a terra” (non aveva trovato “amatori”) per quanto fosse in quella stessa sede disponibile una buona firma (per i non nolani: i richiedenti di ciascun giglio devono essere “avallati” da un artigiano facente parte della specifica corporazione). E’ inutile dire che l’entusiasmo scomposto di tutti noi rese superflua ogni eventuale “democratica” votazione e, soprattutto, fece evaporare in un attimo nella calura della notte di un torrido giugno tutte le perplessità circa la serietà di un impegno economico divenuto improvvisamente “reale”. Tutti noi, meno il buon assessore, che, prima di “chiudere”, volle la conferma di Vittorio Avella, giovane artista ancora alla ricerca di una solidità professionale, ma figlio di un noto commerciante di legnami di sicuro affidamento per la tranquillità del dott. Dubbioso (nomen omen?)

Per la cronaca bisogna aggiungere che alla fine della giostra non fu necessario alcun intervento “riparatore” da parte di don Luigi Avella. Nello spazio di un paio di giorni raccogliemmo una quarantina di adesioni, nella stragrande maggioranza iscritti o vicini al PCI, per cui decidemmo subito di attribuire la paternità nominale del giglio all’ARCI (Associazione ricreativa e culturale italiana), i cui componenti del locale circolo eravamo più o meno gli stessi, per evitare la nomea di “giglio dei comunisti”, sgradevole e disdicevole per una festa di antica tradizione religiosa ed evitare con nettezza che si potesse temere che qualcuno di noi, magari fra i più anziani, stesse ancora digerendo i resti di qualche bambino.

Vittorio Avella (chi, come me, lo conosce bene, potrebbe dire che è persona rigorosa per struttura mentale e generosa per natura, quindi portatore, per così dire, di una generosità rigorosa), per quanto già autore di altri bozzetti per gigli ottimamente realizzati, propose immediatamente di affidarne l’opera a Guido Ambrosino, a sua volta già artefice in precedenza di bozzetti di altri gigli, artista, manco a dirlo, rigoroso e, per certi tratti operativi, perfezionista fino al limite del maniacale. Venne fuori un bozzetto di straordinaria eleganza grafica, articolato su piccole vele, che si combinavano fra di loro inseguendo fino in cima la complessa struttura del giglio con una raffinata armonizzazione di spazi vuoti e pieni, pensati per essere esaltati dal movimento stesso del giglio al momento del trasporto. Non mancarono critiche alla sua realizzazione (bottega Tudisco), in particolare per quanto l’utilizzo della tela (le vele di cartapesta sarebbero state un obbrobrio) giudicato da alcuni autoproclamatesi vestali della scienza “gligliesca” come un tradimento della “tradizione” (materia per sua natura ostica, da fronteggiare, preferibilmente, con serena indifferenza).

Guido disegnò anche la maglietta del comitato: bianca, impreziosita all’altezza del cuore da da una palla rosso fuoco che esplodeva verso l’esterno in ordinate figure geometriche dello stesso colore. Una metafora forse (così mi piacque leggerla), di un gioioso contrappasso rispetto alla piatta banalità di tante, insignificanti maglie senza un guizzo di fantasia viste nel tempo.

La paranza, hai la paranza. Intanto non era cuore il dei nostri problemi, ma solo una componente della nostra festa. Pensammo subito a Rasimillo Leone (vecchio, serissimo compagno, capo-paranza di una affermata e, a sua volta, “serissima” paranza) ma aveva già combinato con un altro giglio, ortolano mi sembra (anche allora certi accordi venivano stipulati preventivamente). Verificato rapidamente che anche la barrese era impegnata, virammo serenamente su Mariano, un altro compagno, manco a dirlo, che aveva un chiosco-magazzino di cravatte ubicato sul bordo della piazza. Da qualche tempo aveva smarrito, se non i gradi, certo il nerbo di quelle che erano state le sue truppe, nel frattempo accasatesi al meglio, ma noi confidavamo nella sua ostentata capacità di accroccare agevolmente numerosi vecchi cullatori di qualità, che, a suo dire, non gli avrebbero mai detto di “no”. Sembra questo l’inizio della storia della nostra paranza, ma è anche la fine.

In breve. Il trasporto del giglio più che una processione, fu un calvario per la palese inadeguatezza della paranza. Per giunta, verso la mezzanotte con il giglio testardamente piantato nella piazzetta del “Salvatore” fummo investiti da un classico, violento temporale estivo, che oltre a lavare le vele del giglio, le impolpò di acqua, appesantendo irrimediabilmente il tutto. Se non fosse stato per la pietà solidale di Rasimiello Leone che raccattò e ci mandò una trentina di cullatori autentici (il suo “Ortolano” aveva “posato” in piazza già da qualche ora) il nostro “Sarto” sarebbe rimasto, credo, ad ornare quella piazzetta come grazioso monumento.

Tutt’altra musica, la storia della “musica”. Prendemmo l’ottima fanfara di Modestino Di Chiara, un altro compagno (ci avreste giurato, vero?) di Acerra, espertissima e sperimentata nella festa dei gigli, nota, peraltro, per disporre di un nutrito e gagliardo gruppo di “fiati” (a quei tempi sui gigli salivano solo gli ottoni, il sintetizzatore non era stato ancora inventato, la musicalità delle canzoni non era ancora stata sottomessa alla sguaiata sonorità barrese e, per giunta, gli astanti capivano persino le parole delle canzoni). Andava già bene con Modestino, ma dopo qualche giorno, Vittorio sparò una vera e propria bomba “billadèn”, quelle accreditate di un 1,2 della scala Richter che fanno tremare i palazzi accanto: Roberto De Simone si era impegnato a scrivere la canzone per il nostro giglio ed a portarci la stessa Nuova Compagnia di Canto Popolare per cantare sul giglio per l’intera processione della domenica.

Quando ascoltammo per la prima volta la canzone, Giuannaniell, restammo un po’ perplessi, perché non c’era il sole di giugno, la bella straniera, il sogno che ritorna, gli angioletti fra le guglie dei gigli e tutto l’armamentario consueto delle canzoni solite, no la “villanella” proiettava una serie di fotogrammi che accompagnavano una (ulteriore) generazione sfortunata, avviata dalla prima infanzia sulla strada dell’emarginazione sociale e dello sfruttamento e finita per un destino inesorabile a perdersi nel carcere e poi nelle maglie strette di una vita di scarto (come avrebbe detto Bauman). Un pugno allo stomaco che lasciava per un attimo senza respiro, prima ancora che il cuore si connettesse con la mente e ti costringeva a riflettere, almeno per trovare un motivo per far pace con te stesso.

Sul giglio la cantava con la sua voce antica e rotonda Giovanni Mauriello, mentre Peppe Barra, Fausta Vetere e Patrizio Trampetti rinforzavano con il controcanto pezzi che sembravano avere la funzione del coro delle tragedie greche.

Alla domenica sciamarano da Napoli artisti ed intellettuali di prima grandezza, da Lello Mazzacane, che piazzò nell’atrio della scuola elementare di piazza Risorgimento la rivoluzionaria “multivisione” dedicata ai gigli a Mimmo Jodice, autore delle fotografie più belle sulla festa e su i suoi protagonisti, notissimo anche per il libro illustrato “Chi è devoto” sulle feste popolari in Campania. Per non dire di Mimmo De Masi, brillante sociologo ancor oggi spesso ospite distinto e compassato di talk televisivi, che tuttavia nell’occasione si rese protagonista di un alterco con altro commensale in una specie di trattoria campagnola spuntata per l’occasione, conclusosi con una scena da film western (tirò a sé i bordi della tovaglia con piatti, bicchieri e stoviglie varie, che caddero ovviamente per terra). Quanto alla trattoria direi: modesta la qualità del cibo, assolutamente pessimo il vino.

E poi c’erano i compagni venuti da fuori, soprattutto la robusta colonna dei genovesi che calarono a Nola il giorno prima e dormirono (maschi e femmine!) per terra nella sezione del PCI: giovani con una fresca voglia di aggredire la vita, ultimi epigoni dei figli dei fiori o di una generazione easy reader, involontaria puntura di spillo al nostro solido provincialismo. Corrado, fisico nucleare, e la moglie Liliana, docente universitaria, Alberto, del quale seppi, qualche tempo dopo, essere divenuto “pretore d’assalto”. Ed Annamaria Ludmann, una ragazza timida, riservata ed impaciata, che coinvolgemmo a gran fatica nell’euforia della festa e che, qualche anno dopo, scoprimmo essere morta per mano della polizia a seguito di un’irruzione nella sua casa, dove ospitava alcuni brigatisti rossi. Già, perché a quelli di sinistra della nostra generazione (“noi credevamo”) è toccato vivere un equilibrio fra il baratro e “l’entrare in banca”, un equilibrio instabile che spesso si rompeva solo per caso o per mera fortuna.

A proposito di “entrare in banca” vorrei aggiungere qualcosa di personale. Qualche mese prima di giugno fui assunto proprio in banca, alla BNL, e spedito a Ferrara, dove conobbi Carla, una ragazza napoletana, anch’essa assunta al Banco di Napoli di quella città qualche mese prima di me. Ovviamente la invitai per la nostra festa, mi sembrava che fosse il migliore atout, con cui spendermi. Di ritorno a Ferrara “ci mettemmo insieme”. Mi piace credere che l’impatto con Nola, con la festa e con i miei amici abbiano contribuito in qualche modo a far sì che si determinasse a correre quella emozione che la rese il centro gravitazionale intorno a cui ha roteato per quarant’anni la mia vita, dandole un qualche senso, almeno finché ha avuto un senso.

Scusate il finale “improprio”. Buona festa a tutti. Sappiate divertirvi.

di Eduardo Quercia

Gigli di Nola: la tradizione a tavola del sabato mattina rivisitata dallo chef Valentino Buonincontri

Un risveglio con il profumo di pizza ma soprattutto con il sapore intramontabile delle antiche tradizioni. L’idea del tutto originale è stata dello chef di origini mariglianesi Valentino Buonincontri del noto Berties Bistrot che, nel giorno dedicato all’attaccatura delle varre necessario in vista della Festa dei Gigli di domani, ha pensato bene di omaggiare tutte le corporazioni con la “pizza…iola 80035”, una variante soffice della carne alla pizzaiola, piatto tipico di questa giornata per tutti i cultori doc della kermesse in onore di San Paolino.

Insieme al suo staff Valentino si è recato alle prime luci dell’alba di oggi in visita presso le varie piazze dove sostano gli obelischi portando una ventata di gusto e prelibatezza.

“Un’occasione per partecipare ad uno dei riti più rappresentativi della kermesse in una veste diversa, sicuramente più moderna ma che vuole conservare tutte le specificità del caso – spiega Valentino Buonincontri – Un omaggio alla Festa ma soprattutto a quanti, nonostante i tempi che cambiano, restano ancorati alle antiche tradizioni in segno di buon auspicio ma anche per rafforzare il legame con il territorio. Sono questi – conclude Valentino – gli esempi che vanno tramandati alle nuove generazioni e che ci consentono di rivivere gli usi ed i costumi di una volta”.

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