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di ra.na. & co… contro "il sistema" della camorra dell'usura e della violenza, è un blog indipendente, nato dall'idea di persone libere che hanno a cuore le sorti della loro terra, l'Area Nolana

The Age of Aquarius

Guardando il cartellone dello spettacolo di fine anno, penso alla soddisfazione di chi ha organizzato l’evento e al divertimento di chi sarà davanti al palco. Leggo i nomi dei protagonisti, guardo i video nei quali invitano i propri fan al concerto, cerco su google di riempire le mie lacune e imparo nuovi tormentoni che, mea culpa, ho ignorato finora (più per la sfortuna di non beccare i canali giusti al momento dello zapping che per snobismo).

Delicata e difficile attività l’amministrazione. È un macigno da trascinare su per il pendio del tempo, tra mille ostacoli fatti di carte, permessi, bilanci, approvazioni, disponibilità, idee contrarie, rematori contrari, e quindi diplomazia e dialogo. Su tutti, lo sforzo di dover e voler compiacere fasce diverse della popolazione, scontentandone inevitabilmente altre.

Per cui è già tanto quando è ordinaria. Fare qualcosa che sia fuori dall’ordinario suonerebbe abbastanza utopico.

Riguardo il cartellone dello spettacolo di fine anno e penso all’occasione mancata. Che poi va nel solco delle continue occasioni mancate alle quali siamo abituati.

Quanto sarebbe stata più strana l’esibizione di un gruppo di jodel, più bizzarra la scelta di ospitare il monologo di un comico romagnolo, più strampalata la conduzione di un presentatore che non sta digerendo capitone e struffoli?

“Esterofilia”? È possibile. Del resto #lavorofuori.

Nasciamo tutti in un acquario piccolo e, strada facendo, cerchiamo di trasferirci, via via, in uno sempre più grande. Con l’orizzonte, magari, di poter nuotare un giorno nell’oceano. Attraversiamo tante piccole ere dell’acquario, sperando di trovare un acquario diverso e più grande in ogni era.

È un impegno continuo e a volte stressante. Ma, per quanto mi riguarda, autoimposto e vitale.

Continuando la metafora ittica, dovremmo lacerarci le carni per aprire nuove branchie che madre natura non ci ha dato.

Respireremmo di più e meglio, ci arriverebbe più sangue al cervello.

In questo, la politica deve darci una mano. Deve aiutarci ad aprire la morsa delle nostre certezze, spicconare il grumo consolidato delle nostre esperienze e stuprare selvaggiamente la nostra comfort-zone.

Clementino? Lo conosco. Ora fammi vedere qualcuno nuovo. I comici di Made in Sud? Visti. Quest’anno dammene qualcuno Made in Est.

Amministrazione, allargami la visuale, spostami i pilastri della conoscenza, tira un calcione alle piccole colonne d’Ercole che ho davanti al naso. Da ordinaria diventa straordinaria. Non sempre, qualche volta.

È una questione di budget? Un po’ di esperienza mi ha insegnato che è prima di tutto un atteggiamento mentale. Perché l’atteggiamento mentale è lo stampo che dà forma alle idee.

Nola città dei gigli. Ma non della musica dei gigli, altrimenti ospiteremmo gruppi folk e diventeremmo un polo catalizzatore di quel tipo di esperienze culturali.

Nola città dei gigli. Ma non della lavorazione del legno e della cartapesta, altrimenti saremmo inondati da artisti e artigiani di tutto il mondo e ci attesteremmo come luogo di incontro e di espressione di quel tipo di esperienze culturali.

“Se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo”. Noi, piuttosto che uscire dal tunnel, lo arrediamo, ma non ci accorgiamo che stiamo perdendo la vista, continuando a crogiolarci nel brodino ristretto di una visuale molto molto chiusa.

Camminando in città, si sentono ogni tanto le nuove generazioni di sassofonisti che, dai loro appartamenti, si esercitano sullo strumento. Coltrane? Charlie Parker? Jazz, blues, pop-rock, soul, boogie woogie? Macché. L’orizzonte è un’asse di legno di dieci centimetri di spessore che percorre qualche centinaio di metri in 24 ore o poco più.

Charlie chi? No, no. Io un attent. Massimo due.

La tradizione (pronunciata con la zeta ipersonora) è un porto sicuro quando c’è un po’ di traffico marittimo. Se no è un pantano.

Ci sguazziamo dentro facendoci tanti complimenti l’un l’altro. Avremo poche piccole branchie per respirare ma abbiamo un sacco di braccia per darci tante pacche sulle spalle.

Guardo un’altra volta il cartellone del concerto di fine anno (è l’ultima, poi basta).

Che il 2016 ci porti il bisogno di sperimentare una cosa nuova ognuno dei suoi 366 giorni: un sapore, una canzone, una lingua, una terra o un mare o un cielo, una persona, un blog, una tecnologia (io ho appena scoperto l’e-book – che vergogna, nel 2015!), uno sport, un canale tv, un autore, un modo di allacciarci le scarpe.

Chissà che il 31 dicembre che seguirà questo non ci ritroviamo sul palco dei pesci di un altro acquario, magari tropicale.

E che, scambiandoci le solite pacche sulle spalle, non ci accorgiamo di avere una branchia in più. Ma anche due, va’.

di Sergio Esposito

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