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Archivio per il giorno “luglio 3, 2014”

22 GIUGNO 2014 FESTA DEI GIGLI DI NOLA: L’ECUMENICITA’ DI UN POPOLO (PRIMA PARTE)

Era già primavera, la notte di quell’Anno Domini, trascorso il primo decennio del V secolo, che occhi pieni di stupore, dalla spiaggia di Oplonti, il mare di Nola, guardavano l’ennesima barca della speranza lottare contro le alte e tentacolari onde della burrasca, per trovare un approdo col suo carico inerme di anime semplici, uomini, donne, vecchi, bambini, accalcati fin quasi a soffocare, fin quasi a cadere dai bordi.

Lampi, fulmini e saette che si susseguivano incessantemente accompagnati dal fragore dei tuoni, illuminavano a giorno l’orizzonte.

Un freddo insolito per la stagione, non distoglieva gli sguardi di coloro che, sfidando la tempesta, ma al sicuro dai liquidi artigli del mare, dalla spiaggia, continuavano a guardare quella barca che, in gravissima difficoltà ma, si vedeva, ben governata, sempre più si avvicinava alla riva.

Non era una delle solite barche che l’abbraccio di quell’approdo di Nola, giornalmente accoglieva; c’era un che di solenne in essa, qualcosa di familiare anche. Le murate reggevano gli urti delle onde, l’alto albero spoglio era adornato, in cima, da un vessillo recante i segni della pace, della croce, della terra, dei colori della Campania Felix.

Ad un tratto, prodigiosamente, la furia degli elementi si placò; la barca che appariva destinata ad incagliarsi ed essere buttata, quindi, con un’ultima pariglia di cavalloni del Dio Nettuno, a schiantarsi rovinosamente sull’arenile, docilmente accostò, in un punto a ridosso dei primi contrafforti dai quali si affacciavano le case, ad un piccolo molo al quale fu rapidamente e abilmente assicurata da bordo e da terra.

Quando da essa discese, per primo, con incedere lento, una magra, carismatica figura, appoggiandosi ad un bastone pastorale, mentre i semplici seguaci, miracolosamente scampati alla morte, facevano processione dietro di lui, intonando canti di ringraziamento, tutti quelli che dalla spiaggia avevano assistito, si misero in ginocchio.

Ora che i naviganti erano scesi dalla barca, sulla terraferma, al sicuro, e per nessuno di loro c’era più pericolo, il corteo si fermò. Tutti tacquero.

Non accadde nulla; per un tempo indefinito i vincitori della tempesta e i cittadini che avevano atteso con animo trepidante, avevano sperato che la buona sorte si realizzasse, e in essa avevano creduto, stettero fermi a guardarsi.
Le urla di gioia, le corse per avvisare i familiari che i nolani resi schiavi dai Visigoti erano ritornati dall’Africa, riscattati dal Vescovo Paolino; le corse dalla città, attraverso le campagne in fiore, di tutti gli abitanti per accogliere i propri fratelli, per riconosce chi c’era, sapere, l’esultanza dei liberati per aver rivisto la propria terra, la propria famiglia, la gente amica, erano nei cuori, nella mente, ma intorno… solo silenzio.

Il cielo andava schiarendosi; rade nubi si allontanavano facendo spazio al sole che, di lì a poco si sarebbe cautamente affacciato; si preannunziava una giornata serena.

Immobilità, silenzio. La gente attraverso i campi, aveva raccolto mazzi di fiori di mille colori, dominati dal bianco dei gigli, che la terra aveva generosamente profuso, per il salvatore di coloro che ad essa appartenevano: i padri, le madri, fratelli, sorelle, figli, figlie, nipoti, amici, ma nessuno osava avvicinarsi.

Presto lo avrebbero fatto; ma c’era qualcosa che non poteva essere scavalcato, ridotto in niente lì per lì, reso banale. Quello era un ritorno che incarnava la gioia di vivere, un ritorno alla civiltà, un ritorno alla speranza; doveva essere ricordato, doveva essere qualcosa di più di baci, abbracci, carezze, lacrime.

Il primo a muoversi fu l’ortolano, che si avvicinò all’amato Paolino, gli baciò la mano e depose ai suoi piedi un giglio; poi andò il salumiere che fece altrettanto, quindi, tremante di emozione, il bettoliere. Seguì il panettiere, col suo giglio; fu poi la volta del beccaio, seguirono, con lo stesso rituale, il calzolaio, il fabbro, il sarto.

Solo quando le rappresentanze di tutte le antiche corporazioni delle arti e mestieri ebbero offerto il loro omaggio, esplose la gioia del popolo.

Tutti si abbracciarono, piansero per la felicità, ancora increduli si baciarono, si strinsero gli uni agli altri, poi con un solo slancio, senza che nessuno lo avesse comandato, presero, facendosi avanti i più prestanti, sulle loro spalle il sorridente Paolino, il suo volto scarno pieno di emozione, faceva da contraltare alla commozione e all’amore dei presenti, e lo portarono in trionfo fino alla sua cattedra episcopale.

Paolino aveva compiuto la sua missione e il suo animo era già oltre la materialità terrena delle cose, ma la sua mente era ancora legata al suo popolo e al Mondo; non fece mai uso del suo potere per opprimere, ma per aiutare, per lasciare qualcosa alle successive generazioni, per infondere speranza; la poesia che aveva accompagnato la sua gioventù e ancora lo ispirava, i Carmina, la devozione per San Felice erano il suo percorso. Il trono pastorale in questo Mondo, prima ancora del suo ricongiungimento con un altro Mondo che lo attendeva al di là delle stelle il 22 giugno del 431, generò miracoli di carità, di conoscenza, di significati ascetici, spirituali e simbolici, accanto al suo Santo ispiratore Felice, prete e martire del III/IV secolo, morto il 14 gennaio del 313, patrono, tra l’altro, di Cimitile, che ogni anno in tale data solennemente lo festeggia, sepolto nella basilica che proprio Paolino aveva fatto costruire, al posto del precedente modesto santuario, la Basilica di San Felice in Pincis, appunto, attorno alla quale, aveva fatto edificare una serie di Chiostri ricchi di colonnati e fontane per accogliere migliaia di pellegrini.

Con altrettanta solennità Nola festeggia il 15 novembre di ogni anno, un altro San Felice, suo vescovo del I° secolo, torturato ed ucciso per volere del Prefetto Marciano, nel corso delle prime persecuzioni cristiane, in quello stesso giorno del 95, sepolto nella Cattedrale, e patrono della città.

Accanto a San Felice vescovo, oggi riposano, dopo varie peripezie, le spoglie del co-patrono San Paolino.

Questo excursus abissale nel passato, dà una vaga idea dell’antichità immersa nella notte dei tempi, di Nola, come attestato dai reperti preistorici, in gran parte, ahimé ancora da recuperare.

Ed ecco che ancora oggi, 1600 anni dopo, in occasione della ricorrenza della morte di San Paolino, se è Domenica, o, se cade in un altro giorno della settimana, quella successiva, si sentono quei tuoni, saette e fulmini che accolsero, qualche anno prima, la sua barca al ritorno dalla liberazione dei nolani, ma che cosa sono?

Non i pallidi carichi di elettricità cosmica, portatori di pericoli e danni, ma multicolori drappeggi di bombarde casalinghe, elargitrici di bene, di entusiasmo e allegria; sono i fuochi d’artificio che aprono e a tratti accompagnano, per un’intera giornata, la Festa dei Gigli, non più semplici fiori, ma sempre più elaborati e, dal 1800 in poi, via via più imponenti fino a raggiungere quelle proporzioni e quella consistenza, che già a metà dell’800 avevano fatto pronunziare allo storico tedesco Ferdinand Gregoriovius, parole come:

“… Vidi una specie di torre, alta, sottile, tutta ornata di carta rossa, di dorature, di fregi d’argento, portata sulle spalle da uomini. Era divisa in cinque ordini, a piani, a colonne, decorata di frontespizi, di archi, di cornici, di nicchie, di figure e coperta ai due lati di numerose bandiere. Giunta poi ogni torre davanti alla cattedrale, incominciava uno strano spettacolo, imperocché ognuna di quelle moli grandiose si dava a ballare a suon di musica. …”.

Tutto questo io ho immaginato, e poi confrontato con i riferimenti letterari e storici. Solo così, per fortuna, sono riuscito a trovare, comunque una bussola, e non perdermi.

E questo è come se fosse un risveglio; perché mi sono reso conto che non puoi parlare in modo approfondito di che cosa è, come si svolge e che cosa rappresenta la Festa dei Gigli, se non sei Nolano, ma Nolano doc o assimilato per risalente appartenenza; non basta o è poco, essere Nolani acquisiti, onorari, di adozione, di elezione ecc.

Non puoi riconoscerti a cuor leggero, tra i discendenti di una città antichissima, pur nella forma amministrativa relativamente prossima all’età convenzionalmente storica, molto più di Napoli, che è, a sua volta, molto più antica di Roma.

Chi può interpretare compiutamente rituali e procedure che si svolgono, non in un solo giorno, ma in un intero anno, come ‘a cacciata, ‘a caparra, lo scambio, ‘a tavuliata, ‘a canzone, l’aizata d’a borda, ‘o juorno ca’ se provano ‘e spalle, ‘a vesta nova, ‘o Santo p’e vie (il 22 giugno, quando la festa si svolge la Domenica successiva), ‘a serata magica, ‘o juorno cchiù bello, ‘o colpo ‘o core, se non un vero Nolano? Ma dirò di più: come ficcare il naso in tante situazioni e discussioni sulla città, il suo futuro, le precedenti edizioni della festa, le successive, le polemiche, le alleanze, le beghe, diatribe, rimproveri e contrasti, le lodi, le musiche, se non sei di Nola? Puoi limitarti a dire “è una festa popolare” ma non renderesti giustizia alla verità dei fatti, perché non riusciresti a comprendere come le Autorità, il Vescovo si mettono alla testa del popolo, senza formalità, come la calata del paniere con il vino del Vescovo, come quest’ultimo parla al popolo. Ma in che anno siamo? Siamo forse su un set cinematografico? L’ospitalità; la semplice, encomiabile, squisita, ma consuetudinaria ospitalità? No, qualcosa di più; di antico valore. Qualcosa che non si riesce a descrivere se non facendo riferimento ad un Impero Romano decadente nell’affidarsi alla concretezza e raffinatezza dei costumi, e nello stesso tempo, vincente nella sua affermazione, nella spiritualità, nella consapevolezza di aver raggiunto una dimensione oltre il tempo concreto e materiale, nell’eternità; e invece tutto questo un Nolano può descriverlo benissimo, senza troppo girarci attorno.

Ecco, alla luce di tutto quanto sopra, uno come me può essere solo un superficiale fruitore e osservatore; eppure, senza spingersi oltre, già questo è tanto.

Certo, bisogna quantomeno non starsene semplicemente affacciati ad un balcone, o impalati, col naso all’in su a guardare l’ondeggiare di croci e figure simboliche dall’apice dei gigli. Un Nolano vedendomi scrivere su un foglietto mi ha detto “state pigliando le misure?”. “No, veramente – ho risposto – sto cercando di abbozzare una descrizione”.
Quello che vedo io è, appunto, l’ECUMENICITA’ di un popolo; un simbolo, un esempio.

“Se tutti i giorni fossero così…” ha detto il Vescovo, e per questo è stato anche da qualcuno criticato perché ha invaso il campo politico, ma bisognava comprendere il senso, secondo me, e c’è chi lo ha fatto, perché anche nel dissenso, anche nelle accuse, si può essere civili.

Questo ha inteso affermare il popolo nel suo insieme, e questo ha accortamente colto e sottolineato il Vescovo.

Allora… se tutti i popoli fossero così?

Se tutto il popolo fosse sempre unito e andasse in un’unica direzione di bene, di fratellanza, di onestà e solarità, le differenze sacrosanti e irrinunziabili sarebbero un valore aggiunto, non un freno o un deleterio, continuo, cambio di direzione.

Questo è il senso secondo me, e vale per Nola, come per il Mondo Intero; da quello che ho visto io il giorno della Festa dei Gigli a Nola, SI PUO’ FARE.

E’un augurio, un messaggio beneaugurante. Tutti, non dobbiamo limitarci ad attendere, ma agire in tal senso.

Dalla spiaggia di Oplonti (l’attuale Torre Annunziata), quelli che c’erano non potevano fare nulla mentre infuriava la buriana sulla barca tra i marosi, ma poi, quando finalmente i naviganti raggiunsero la riva, i rappresentanti delle antiche corporazioni delle arti e mestieri, si fecero avanti, portarono i loro omaggi e il loro consenso e i cittadini portarono in trionfo il liberatore Paolino al suo posto di guida e di responsabilità.

Questo è ciò che porto a casa dalla festa dei Gigli.

(fine prima parte)

di Alberto Liguoro

 

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