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Archivio per il giorno “febbraio 21, 2013”

IL CAZZIBO’ – ANNO XIV – N. 73 – GEN. / FEB. 2013

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QUESTA CITTA’ STA MORENDO

La recente protesta di alcuni commercianti sugli ultimi dispositivi per il traffico (impropriamente classificati come Piano Urbano del Traffico) sta portando finalmente all’attenzione dei tanti la deriva che questa città sta subendo, per effetto non tanto della crisi economica, quanto per l’impoverimento della sua compagine sociale.

Ciò che maggiormente ha contribuito all’avvio di questa riflessione collettiva è stato il progressivo declino di una delle funzioni maggiormente caratterizzante la città: quella commerciale, dei negozi e delle botteghe artigiane del centro città, che costituivano un fattore di grande attrattività per l’intero tessuto urbano.

In gran parte concentrati nella zona storica, gli esercizi commerciali convivevano con tutte le altre attività e funzioni che racchiudeva il nucleo urbano, contribuendo in maniera determinante a generare una fitta trama di relazioni fra i cittadini e gli utenti dei servizi, molto spesso a rilevanza territoriale: il Municipio, la Pretura, la Curia, le scuole e tant’altro. Così ci si incrociava, casualmente, con chi aveva ragioni differenti dalle tue per essere lì, arricchendo lo scambio interpersonale e rafforzando il senso di comunità.

Tutta questa fitta rete sociale si sta inesorabilmente indebolendo. La città va progressivamente desertificandosi in termini di presenze fisiche ed impoverendo sul piano socio-culturale.

I segni più manifesti in tal senso sono la perdurante chiusura di negozi “storici” e la cosiddetta “fuga dei cervelli”, visti i tanti giovani che, avendo coraggio ed anche risorse per poterselo permettere, sempre più numerosi stanno abbandonando questi luoghi.

Naturalmente la pesante crisi economica costituisce un elemento determinante di tale situazione, ma le cause evidentemente sono più complesse e il loro intreccio alimenta questa spirale negativa che sembra non avere fine.

Credo che almeno due, anche per ragioni di spazio, risultino fondamentali rispetto alle questioni poste: l’apertura dei grandi Centri Commerciali e l’insufficienza della classe dirigente, sia a livello nazionale che locale.

La prima: la spropositata crescita, soprattutto nel periodo del centrosinistra alla guida della Regione Campania, dei Centri Commerciali, che ha depredato il tessuto minuto degli esercizi presenti nei tessuti urbani, deformando anche gli “stili di vita” con la creazione di “piazze artificiali” in cui masse di gente si recano in pellegrinaggio sulla esclusiva motivazione del consumo. Tutti gli altri che, invece, non hanno modo di partecipare a tali riti restano isolati nella cinta urbana. Una pericolosa frammentazione sociale che incide in modo significativo sull’indebolimento della comunità. Oltretutto, seppur i prezzi possono risultare in alcuni casi più convenienti, il bilancio di quanto ci costa in termini di trasporto veicolare, di inquinamento atmosferico e di scomparsa di suoli agricoli, è ancora tutto da verificare.

La seconda: la perdita di tanti giovani, le migliori energie su cui costruire una società veramente più giusta, trova nella mancanza delle occasioni di lavoro una delle ragioni preponderanti. Ma, senza avere le competenze per poter discutere di economia globale, credo che la responsabilità indiscutibile di questa crisi monetaria, che aggrava anche la più grave perdita dei valori, vada attribuita principalmente alla persistenza di una classe dirigente incapace di elaborare, con la condivisione degli utenti, una “visione” per lo sviluppo dell’ambito che gli è stato affidato di governare. Non ci si può qualificare dirigente se non si ha la capacità di costruire e trasmettere la propria idea del futuro di quella nazione o di quella città, mancando al ruolo di guida autorevole che gli è stato affidato.

Che fare allora, da dove ripartire nel nostro piccolo per arrestare questo declino? Sicuramente ci si dovrà rendere conto che c’è bisogno di imprimere una radicale svolta rispetto all’andamento attuale.

Nella questione attualmente in discussione si potrebbe pensare, per esempio, a defiscalizzare le nuove iniziative che si collocano nel centro storico, con un particolare sostegno ai più giovani, aprendo spazi Wi-Fi e per la cultura che nutre le idee, recuperando magari risorse da quel fiume di spesa per la “manutenzione del verde”che, a leggere le prime determine del 2013, ci costa diverse centinaia di migliaia euro, manco fossimo Stresa o Zurigo.

E poi occorrerebbe mettere a disposizione incentivi per quelli che sappiano promuovere nuove idee di impresa o di servizi, smettendola di assegnare contributi a presunte cooperative ed associazioni per improbabili servizi di guardiania o di servizio civile, di cui non si comprende la necessità. Smettendola una volta e per sempre con pratiche assistenziali che non stimolano i talenti, con perdita di autostima ed accrescimento del vuoto di idee, diffondendo una cultura della sottomissione e della modesta prebenda.

Insomma occorre far percepire un concreto segnale di apertura e di innovazione nell’azione pubblica, affermando un’etica della responsabilità individuale nella guida dei processi di trasformazione da mettere in campo, evitando di rifuggire dai propri doveri di governo, come ancora oggi sta dimostrando la gestione delle politiche sociali.

di Guido Grosso

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