
L’11 settembre 2012 ricorre il 69° anniversario dell’eccidio di Nola; l’11 settembre 1943 dieci ufficiali italiani furono fucilati dai tedeschi come rappresaglia per l’uccisione in combattimento di un tenente tedesco il giorno precedente, ad opera di quello che era ormai l’ex esercito alleato italiano, dopo il famoso 8 settembre. Dal 2011 tale evento è gemellato, per interessamento del Governatore della Campania, Caldoro, con le 4 giornate di Napoli (28 sett. 1 ott. 1943).
In occasione della ricorrenza di quest’anno, intervistiamo Alberto Liguoro, poeta, scrittore, giornalista, nonché avvocato, ex magistrato e giudice tributario, a Milano e a Napoli, figlio di uno degli ufficiali italiani fucilati dai tedeschi nel ’43, che si appresta a pubblicare un romanzo-verità, o romanzo storico su quei fatti che, oltre a comportare la morte di suo padre, pochi mesi prima della sua nascita, furono vissuti in prima persona dai familiari ed altri che appartenevano alla sua storia.
Innanzitutto una curiosità, come mai tante attività a volte contrastanti tra loro e via vai, diciamo, tra due città così diverse?
“Devo dire, prima di ogni altra cosa, che cerco di fare del mio meglio perché in quello che faccio ci sia qualità e non dilettantismo, anche se è molto difficile e faticoso, non so se ci riesco e certamente non sempre ci riesco, ma ci metto grande volontà e buona fede; quindi c’è verità, impegno reale in quello che faccio. Sono per mia natura un ricercatore, arrivare ad un punto fermo, scoprire qualcosa in ogni campo possibile, raggiungibile per me, è sempre stato il mio filo conduttore. Ma che dire… dal profondo del mio animo, devo dire che tutto questo forse è anche un’eterna fuga o un inseguimento, probabilmente tutte e due le cose. Fuga da una realtà per andare verso un’altra realtà, per poi scoprire che né l’una né l’altra possono avere connotazione di definitività e cercare un’altra realtà ancora, prima di fermarmi e scoprire che quello che cerco, probabilmente non esiste, ma credo proprio che non arriverò mai a questo”.
Che cosa è significato, per lei quell’11 settembre?
“Mi ha semplicemente cambiato la vita; ma non è così semplice come può apparire. Ho scritto una volta ad un mio giovane amico che si è trovato nelle mie stesse condizioni per il fatto abnorme che suo padre è stato ucciso in un attentato dalle Brigate Rosse, che noi abbiamo il know how di come cambia la vita…”.
Procediamo allora con ordine, per non perdere il filo. Lei è figlio di uno degli ufficiali uccisi…
“Sì, mio padre era il tenente Alberto Pesce; il differente cognome è dovuto all’adozione speciale. All’inizio ebbi due cognomi Pesce – Liguoro, quando, poi fu promulgata la legge sull’adozione speciale, fui io stesso a chiedere di avere solo il cognome dell’adottante; ma non per una questione di riconoscenza, fu piuttosto per una questione di affetto. I miei veri genitori erano i miei genitori adottivi, io amavo loro come genitori, non altri; mi vergognavo, anzi, di non essere il loro “vero” figlio. A Maddaloni, in provincia di Caserta, dove allora vivevo, tutti i miei amici e compagni di scuola avevano “veri” genitori. Solo io no. Questo ha generato serrate critiche da parte delle mie figlie che avrebbero voluto avere il doppio cognome che segnalava in modo più interessante e reale la loro storia; successivamente mi sono pentito perché segnalava meglio anche la mia storia”.
Che prova oggi (e in passato ha provato) a distanza di tanto tempo nei confronti dei responsabili?
“Inizialmente indifferenza, come dicevo quando l’ho saputo, per vie traverse, intorno agli 11 anni (prima di saperlo “ufficialmente” dai miei genitori adottivi a 18 anni, più o meno) ho cercato di rimuovere questa “cosa”, me ne vergognavo. La mia vita è cambiata nella mia testa qui nel senso che immaginavo i miei genitori naturali in viaggio, un lungo viaggio dal quale sarebbero un giorno tornati, e la mia vita ricominciava ogni giorno da zero, mentre prima mi beavo di fare tesoro di quello che facevo il giorno precedente per affrontare il giorno successivo. Poi odio a pioggia, generico; l’odio è un sentimento giovane e immaturo, lo riversavo contro chiunque fosse responsabile e quindi, in pratica, nessuno. Poi è subentrato il distacco, probabilmente in coincidenza con quando ho cominciato a poter scrivere qualcosa su quei fatti, anche se non in modo pieno e scorrevole come un fiume. Allora il mio sentimento è stato uno solo: che quelle cose non devono accadere. Chi le ha commesse non aveva capito o non voleva capire, come chi ha commesso altre cose del genere in seguito, e chi potrebbe, in futuro, commetterle, deve capire che è una questione di civiltà e di sopravvivenza del concetto di civiltà. La guerra è un’altra cosa”.
In che senso?
“La guerra, pur esecrabile, comporta morti e vedove ed orfani di guerra, che prima o poi se ne fanno una ragione, perché è nel nostro sangue; da che esiste l’Umanità ci sono sempre state guerre. Anche la guerra cambia la vita ai sopravvissuti. La differenza è che quando la morte viene data in modo abnorme, come l’11 settembre a Nola, come negli attentati negli USA 2001, nelle stragi di regime, di religione, o di mafia, come nelle torture dei regimi autoritari o altri simili eventi, chi resta non lo accetta, non se ne fa una ragione o fatica molto di più e occorre molto più tempo per farsene una ragione, e ugualmente non accetti e non ti fai una ragione della tua nuova vita. In questo senso ti cambia realmente la vita e in questo senso, chi si trova in tali situazioni, ha il know how della vita che cambia senza esserne travolti. Ivi compresa l’impossibilità o l’enorme difficoltà di parlarne”.
E’ per questo che lei solo oggi, a distanza di circa 70 anni dai fatti, sta scrivendo un libro su di essi, pur avendo lei dimestichezza con lo scrivere, come risulta dal suo curriculum?
“Sì, è proprio per questo. Piano piano, attraverso altre cose, l’invito pressante a scrivere di questo, giunto da più parti, l’incoraggiamento di mia moglie e delle mie figlie, ho spezzato le catene, diciamo così, e sono uscito allo scoperto. Speriamo di non fare la fine di Spartaco nel 71 a.C., ma anche se fosse, il desiderio, il progetto di libertà, lo merita”.
Ma perché scrivere proprio di questo a così tanta distanza di tempo?
“Come dicevo, è un tardivo intento di parlare di libertà e democrazia, guardare al passato per non perdere di vista il futuro e, fortunata, coincidenza, di liberare me stesso dai ceppi del mio passato.
D’altronde la grande distanza di tempo aiuta anche a dare un’altra interpretazione, un approfondimento di quelli che erano gli intenti dei Tedeschi nelle loro rappresaglie dopo l’8 settembre”.
Cioè?
“Beh, l’eccidio dell’11 settembre ’43 fu il primo episodio di rappresaglia tedesca contro gli italiani, dopo l’8 settembre. Per carità, quell’8 settembre fu gravemente lesivo. Non dovevamo giungere fino a quel punto, bisognava prendere altre strade molto prima. Gli Italiani hanno avuto molte colpe e continuarono ad averne, in ambiti diversi, in particolare nell’ambiente dei maggiori responsabili dell’esercito, in seguito; inoltre anche a quel punto le cose potevano essere trattate e concordate diversamente. Ciò non accadde solo perché c’era incapacità e strafottenza dei vertici di governo italiano verso i cittadini e i soldati abbandonati alla casualità degli eventi, per cui ricevemmo gravissimi danni, lutti e perdite ad opera dei Tedeschi, ma anche degli Alleati. Quindi, diciamolo apertamente, gran parte della colpa di ciò che accadde, ricade da questa parte, dalla parte italiana. Tuttavia i tedeschi che avevano già sperimentato felicemente la “pulizia etnica”, con l’olocausto degli ebrei ecc., sperimentavano ora la “pulizia esistenziale” e puntavano all’obiettivo di un mondo di perfezione e purezza germanica, e quindi senza tutte quelle imperfezioni, dallo spirito, all’amore, alle innovazioni, all’arte, per le quali vale la pena vivere”.
In un altro suo libro di poesie lei parla dell’11 settembre facendo riferimento ad un allineamento di date singolare (11 sett. 1800 decapitaz. Luisa Sanfelice; 11 sett. 1943 eccidio di Nola; 11 sett. 1973 ascesa al potere di Pinochet in Cile; 11 sett. 2001 attentati USA) può dirci qualcosa in merito?
“E’ un curioso, inquietante e sinistro allineamento. Ho scritto una poesia in proposito “I giorni degli Angeli”. La particolarità è che in tutti e tre questi episodi, a prescindere da quali siano gli intenti, le matrici reali ed ufficiali, ecc. troviamo, indubbiamente, in contrapposizione, da una parte la libertà e la democrazia, sia pure con tutti i difetti e i limiti individuabili, e dall’altra l’Antidemocrazia, di per sé inaccettabile, quali che siano i suoi successi, per i motivi immaginabili e che illustrerò anche nel libro”.
In effetti allora, lei nel libro non parla solo di Nola 11 sett. ’43, ma anche di altro. Di che cosa? Insomma che cosa vuol comunicarci con questo libro, quale è il messaggio?
“Ci sono molti messaggi, sarà poi il lettore ad individuarli. Certamente che il male è sempre in agguato, spesso difficile da individuare anche; bisogna sempre lottare contro di esso e cercare di superarlo, salvando, contemporaneamente la libertà, il che è ancora più difficile. Che la democrazia è un bene tale da non mettere mai in discussione, anche nei momenti più cupi, e poi c’è la storia privata romanzata ovviamente, per non cadere nell’enfasi e nello scontato e tante altre cose”.
Titolo del libro?
“Provvisoriamente “Il Male della Vita”. Il riferimento è generale, ai crimini dei tedeschi, come ad altri crimini. Gli esempi non mancano. Non dobbiamo dimenticare, del resto, i crimini di guerra commessi dagli Italiani, abbastanza sconosciuti e in ombra per l’omertà derivante da un malinteso senso di patriottismo, di sciovinismo, forse, ma non meno atroci di altri”.
Quale è la verità nascosta, secondo lei, sull’eccidio, se c’è?
“Come dicevo, molte colpe ricadono sui vertici militari, in particolare del Presidio di Napoli, che tra l’altro “regalarono” Napoli ai tedeschi, di tal che se non ci fosse stata la ribellione del popolo napoletano culminata nelle 4 giornate di Napoli, per cui i tedeschi ripiegarono verso Nord appena in tempo, la città sarebbe stata messa a ferro e fuoco all’atto dell’arrivo degli Americani, nello scontro con i tedeschi. Ci fu anche un processo giudiziario militare in proposito, una specie di scaribarile all’italiana, inutile parlarne, ne faccio cenno nel libro. Molte difficoltà ancora adesso si incontrano per accedere ai vecchi archivi, ma io non demordo, anche se ormai… avrei dovuto farlo prima. Questa è una colpa che sento, così come sento di non poterla esorcizzare con le buone parole e le buone intenzioni”.
Che ne pensa della decisione della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja che ha conclamato l’immunità prevista dal Diritto Internazionale, secondo la sua interpretazione, dell’attuale Governo Tedesco, per i reati commessi dal Terzo Reich, escludendo così la risarcibilità dei danni riportati dalle vittime di tali reati?
“Non mi addentro nella questione giudiziaria perché non mi compete; tra l’altro lo specifico ramo di diritto internazionale mi vede abbastanza distante dai canoni tecnici; posso solo dire che si era già pronunziata in senso opposto la Corte Suprema di Cassazione italiana che non è certo composta da mestieranti. Dal punto di vista dei rapporti, della tanto sbandierata Europa Unita e dei livelli di civiltà, devo dire che non aiuta a migliorare tutto questo. La civiltà e l’investimento sul futuro sono di tutt’altra stoffa”.
L’anno scorso per la prima volta, a distanza di 68 anni dai fatti, per interessamento del Governatore della Campania Caldoro è stato riconosciuto il gemellaggio tra i fatti di Nola e le 4 giornate di Napoli (28 sett. – 1 Ott. ’43) lei pensa che c’è effettivamente continuità tra i due fatti?
“Certamente. Infatti tra l’eccidio di Nola e il 28 settembre, il tempo non trascorse immobile, ci furono parecchi episodi di resistenza e di ritorsioni da parte dei nazifascisti, attraverso i quali si saldano i due eventi”.
L’anno venturo ricorrerà il 70° anniversario dei due eventi, che cosa le piacerebbe si facesse in tale occasione?
“Credo che non mancheranno interessanti iniziative da parte delle Autorità e di associazioni private quali il Rotary club ad esempio, che ha già dato ampia disponibilità, l’associazione internazionale Amici del marciapiede che è stata la prima a smuovere le acque su questo episodio che tendeva ad andare nel dimenticatoio. E poi spero di poter presentare il mio libro”.
Pensa che riuscirà a terminare e pubblicare il libro in tempo per fare in modo che coincida con tale ricorrenza?
“Spero proprio di sì”.
Un ultimo suo commento…
“Il libro è dedicato ai giovani di oggi, perché siano loro il futuro e la speranza dell’umanità”.
Grazie della sua disponibilità e in bocca al lupo per la buona riuscita del libro.
“Grazie a voi e alla prossima”.

ilc@zziblog invita la cittadinanza a ricordare con una preghiera, riflessione o altro le vittime innocenti degli undici ufficiali trucidati in Piazza d’Armi a Nola l’11 settembre 1943 per mano dei tedeschi. L’efferato crimine ad opera delle truppe naziste che portò alla fucilazione, in Piazza d’Armi, di undici ufficiali distaccati presso la Caserma Duca d’Aosta, comunemente chiamata ’48, rivive nell’eccezionale foto di quel tragico evento scattata il giorno dell’esecuzione e nascosta da un testimone oculare.
(red)